In studio capita spesso di sentire frasi come: “Non sono portato per la matematica”, “Non sono il tipo di persona che riesce a stare calma”, “Sono fatto così, non cambio”. Sono affermazioni pronunciate con una certezza quasi definitiva, come se descrivessero un dato di fatto immutabile della propria natura. Una delle idee che trovo più utile condividere, in questi casi, è quella di mentalità di crescita, un concetto sviluppato dalla psicologa Carol Dweck a partire dai suoi studi sulla motivazione e sull’apprendimento.
Due modi di guardare alle proprie capacità
Il cuore dell’idea è semplice, anche se le sue implicazioni sono profonde. Dweck distingue tra due orientamenti mentali di fondo, che lei chiama mentalità fissa e mentalità di crescita.
Chi ha una mentalità prevalentemente fissa tende a vivere le proprie qualità, intelligenza, talento, capacità relazionali, come tratti stabili, già decisi in partenza: o li hai o non li hai. Da questo deriva spesso una grande paura del fallimento, perché ogni errore rischia di essere interpretato come una prova definitiva di inadeguatezza, non come parte naturale di un percorso.
Chi ha una mentalità più orientata alla crescita, invece, tende a vedere le proprie capacità come qualcosa che può svilupparsi nel tempo, attraverso l’impegno, la pratica, le strategie giuste e, non meno importante, gli errori stessi, vissuti come informazioni utili più che come sentenze.
Questa distinzione non riguarda solo l’ambito scolastico o lavorativo, dove è più spesso citata, ma anche il modo in cui viviamo le relazioni, la genitorialità, persino la gestione delle proprie emozioni. Una persona con una mentalità fissa rispetto alla gestione della rabbia, per esempio, tenderà a pensare “sono fatto così, esplodo e basta”, mentre una mentalità più orientata alla crescita permette di pensare “posso imparare strategie diverse per gestire questi momenti”.
Non è positività a tutti i costi
Prima di entrare nel merito, vale la pena chiarire subito un equivoco che rischia di svuotare l’intero concetto del suo valore pratico.
Un fraintendimento molto comune, che vedo spesso anche fuori dallo studio, è confondere la mentalità di crescita con un generico ottimismo, con lo slogan “puoi fare tutto quello che vuoi se ci credi abbastanza”. Non è questo il punto, e anzi questa semplificazione rischia di essere controproducente, perché ignora fattori reali come il contesto, le risorse disponibili, i limiti oggettivi di ciascuna situazione.
La mentalità di crescita non riguarda il risultato garantito, ma il processo: significa credere che lo sforzo e la strategia possano portare a un miglioramento, non che qualsiasi obiettivo sia automaticamente raggiungibile per chiunque, in ogni condizione. È una differenza sottile ma importante, che vale la pena tenere a mente per non trasformare questo concetto in un’ennesima pressione a “essere sempre positivi”.
Come si manifesta nella vita quotidiana
Nel lavoro clinico osservo spesso alcune differenze concrete tra i due orientamenti:
- Di fronte a un errore, la mentalità fissa tende a chiedersi “cosa dice questo di me?”, mentre la mentalità di crescita si chiede più spesso “cosa posso imparare da questo?”.
- Di fronte a una critica, la mentalità fissa la vive come un attacco alla propria identità, mentre la mentalità di crescita, pur potendo comunque farla soffrire, tende a considerarla anche come informazione utile.
- Di fronte alla fatica, la mentalità fissa la interpreta spesso come segnale che “non si è portati”, mentre la mentalità di crescita la interpreta come parte fisiologica dell’apprendimento.
- Di fronte al successo altrui, la mentalità fissa tende a viverlo come una minaccia o un confronto sfavorevole, mentre la mentalità di crescita riesce più facilmente a viverlo anche come fonte di ispirazione.
Un esempio dal lavoro clinico
Una cliente che seguivo, dopo un colloquio di lavoro andato male, mi disse: “Ho capito che non sono tagliata per quel tipo di ruolo.” Le ho chiesto di provare a riformulare quella frase, distinguendo tra “non sono tagliata” e “questa volta non sono riuscita a prepararmi come avrei voluto, e alcune domande mi hanno colto impreparata”.
La differenza può sembrare piccola, ma nel tempo cambia radicalmente il modo in cui ci si approccia al tentativo successivo: nel primo caso il messaggio implicito è “non provarci più”, nel secondo è “cosa posso fare diversamente la prossima volta”. Qualche mese dopo, quella stessa cliente affrontò un secondo colloquio con un approccio diverso, preparandosi in modo mirato sui punti deboli emersi la prima volta, e questa volta ottenne il ruolo.
La mentalità di crescita non è fissa nemmeno lei
Un punto che trovo importante sottolineare, e che spesso sorprende, è che nessuno vive stabilmente in una mentalità di crescita pura al cento per cento. Quasi tutti oscilliamo, a seconda dell’area della vita, tra i due orientamenti: si può avere una mentalità di crescita molto sviluppata sul lavoro e una decisamente più fissa, per esempio, nelle relazioni sentimentali, dove l’idea “sono fatto così, non cambierò mai nel modo in cui amo” è particolarmente frequente e particolarmente limitante.
Riconoscere in quali aree della propria vita prevale l’una o l’altra mentalità è, di per sé, un esercizio molto utile: permette di capire dove vale la pena investire energie per allenare uno sguardo più flessibile, senza pretendere di applicarlo indistintamente a ogni ambito della propria esistenza.
Un modo semplice per iniziare questo riconoscimento è osservare il proprio linguaggio interno nei momenti di difficoltà, in aree diverse della vita: quante volte, in una settimana, ci si sorprende a pensare “sono fatto così” rispetto a “posso lavorarci”? Anche solo notare questa proporzione, senza correggerla subito, è un primo passo importante.
Come coltivarla, con realismo
Sviluppare una mentalità più orientata alla crescita non significa ripetersi frasi motivazionali, ma cambiare in modo concreto alcune abitudini di pensiero:
- Sostituire il “non sono capace” con “non sono ancora capace”, una piccola parola che riapre lo spazio del tempo e della possibilità.
- Osservare i propri errori con la domanda “cosa mi dice questo sul processo”, invece che “cosa mi dice questo su di me”.
- Scegliere, quando possibile, sfide leggermente al di sopra delle proprie competenze attuali, così da mettere in pratica lo sforzo come parte naturale della crescita, non come segnale di inadeguatezza.
- Circondarsi, per quanto possibile, di persone che valorizzano il processo e l’impegno, non solo il risultato finale.
Coltivare una mentalità di crescita non elimina la fatica, la delusione o il fallimento, che restano parte inevitabile di ogni percorso umano. Cambia però profondamente il significato che diamo a queste esperienze: da prove della nostra inadeguatezza a tappe, spesso scomode ma preziose, di un processo che continua.
