Come insegnare ai bambini a riconoscere e nominare le proprie emozioni

Una mamma che seguo mi ha raccontato che suo figlio di cinque anni, dopo un capriccio furioso perché non poteva più giocare al parco, si è fermato all’improvviso e le ha detto: “Sono arrabbiato perché non voglio smettere di divertirmi”. Lei mi ha detto, quasi sorpresa: “Non pensavo che a quell’età potessero già spiegare così bene cosa provano”. In realtà, con il giusto accompagnamento, i bambini possono imparare a farlo molto prima di quanto pensiamo.

Non serve un percorso complicato, né competenze da esperti: serve soprattutto costanza, e la volontà di trattare le emozioni dei bambini come qualcosa da accogliere, non da correggere il più in fretta possibile.

Molti genitori che seguo arrivano con la stessa domanda: “come faccio a insegnare qualcosa che io stesso non ho mai imparato bene?”. È una domanda onesta, e la buona notizia è che questa capacità si costruisce insieme, genitore e bambino, spesso proprio attraverso i piccoli scambi quotidiani più che con lezioni strutturate.

Perché è importante insegnarlo fin da piccoli

I bambini non nascono sapendo riconoscere e nominare ciò che provano: questa è un’abilità che si costruisce nel tempo, attraverso l’esempio e l’accompagnamento degli adulti di riferimento.

Un bambino che impara presto a dire “sono triste” o “ho paura”, invece di esprimere il disagio solo attraverso il pianto o i capricci, ha a disposizione uno strumento in più per comunicare i propri bisogni, per calmarsi più facilmente e, con il tempo, per costruire relazioni più sane.

Al contrario, un bambino a cui non vengono forniti gli strumenti per nominare le emozioni tende a scaricarle attraverso il comportamento: capricci più intensi, chiusura, aggressività, o difficoltà a stare con gli altri. Non perché sia “difficile” per natura, ma perché non ha ancora le parole per esprimere ciò che sente.

Come fare, passo dopo passo

1. Dare il nome all’emozione, anche prima che il bambino lo sappia fare da solo

Quando un bambino piccolo piange perché gli è stato tolto un giocattolo, possiamo dirgli: “Vedo che sei arrabbiato perché volevi ancora giocare con quello”. Non stiamo inventando l’emozione al posto suo, stiamo semplicemente offrendo la parola per qualcosa che lui sta già provando nel corpo, ma che non sa ancora chiamare. Ripetuto nel tempo, questo gesto costruisce progressivamente il suo vocabolario emotivo.

2. Validare l’emozione prima di intervenire sul comportamento

Una distinzione fondamentale, che consiglio spesso ai genitori, è quella tra emozione e comportamento: l’emozione va sempre accolta, il comportamento può invece avere dei limiti. “Capisco che sei arrabbiato, è normale esserlo, ma non possiamo colpire il tuo fratellino” comunica al bambino che la rabbia in sé non è sbagliata, mentre certi modi di esprimerla non sono accettabili.

Questo evita che il bambino impari a vergognarsi delle proprie emozioni, imparando invece a gestirle in modo più costruttivo con il passare del tempo.

3. Usare strumenti concreti e visivi

Con i bambini più piccoli funzionano molto bene supporti visivi: cartoncini con facce che esprimono emozioni diverse, storie e libri illustrati che parlano di sentimenti, oppure semplici domande quotidiane come “che faccia ha oggi la tua giornata?”, magari a cena, come piccolo rituale familiare.

4. Essere un modello coerente

I bambini imparano molto più dall’osservazione che dalle spiegazioni. Un genitore che nomina le proprie emozioni ad alta voce, in modo appropriato all’età del bambino, ad esempio “oggi sono un po’ stanco e nervoso, ho avuto una giornata difficile”, insegna implicitamente che le emozioni si possono riconoscere e comunicare, invece di essere nascoste o negate.

5. Fare spazio anche alle emozioni “scomode”

Rabbia, tristezza, gelosia, paura: sono tutte emozioni che gli adulti spesso, senza volerlo, cercano di far sparire il più in fretta possibile, con frasi come “dai, non c’è niente da piangere” o “non essere geloso del tuo fratellino”. Un approccio più utile consiste nell’accogliere anche queste emozioni come normali e legittime, aiutando il bambino a conviverci invece di reprimerle.

6. Raccontare storie ed esempi

Le storie, anche quelle inventate al momento, sono uno strumento potente: un personaggio che si sente triste, arrabbiato o spaventato, e che trova un modo per esprimere e attraversare quella emozione, offre al bambino un modello concreto da riconoscere e, con il tempo, da applicare alla propria esperienza. Molti libri per l’infanzia sono costruiti proprio attorno a questo obiettivo, ed è un materiale prezioso da usare insieme, non solo da leggere in modo passivo.

Alcuni errori comuni da evitare

  • Minimizzare l’emozione del bambino (“non è successo niente di grave”, “smettila di piangere per così poco”)
  • Sostituire sistematicamente l’ascolto con una distrazione immediata, che nel breve termine calma ma nel lungo termine non insegna a riconoscere ciò che si prova
  • Punire l’espressione dell’emozione invece del comportamento problematico che ne deriva
  • Aspettarsi che un bambino piccolo sappia già gestire da solo emozioni intense, senza l’accompagnamento di un adulto

Un aspetto che trovo importante ricordare ai genitori è che non serve essere perfetti in questo processo. Ci saranno momenti di stanchezza, di reazioni non ideali, di pazienza che manca: fa parte anche questo dell’essere genitori.

Ciò che conta di più è la tendenza generale, la ripetizione nel tempo di un atteggiamento di ascolto e validazione, più che la perfezione in ogni singolo episodio. Anche riparare dopo un momento di reazione poco felice, tornando sull’accaduto con calma, è di per sé un insegnamento emotivo prezioso.

Quando un bambino mostra difficoltà emotive molto marcate, persistenti o che sembrano interferire in modo significativo con la vita quotidiana, scolastica o relazionale, può essere utile chiedere il supporto di uno psicologo dell’età evolutiva, che può accompagnare sia il bambino sia la famiglia in questo percorso di crescita emotiva.

Vale la pena ricordare, infine, che i benefici di questo lavoro non riguardano solo l’infanzia: un bambino che cresce imparando a riconoscere e comunicare ciò che prova diventa, con maggiore probabilità, un adulto capace di gestire meglio lo stress, le relazioni e le difficoltà della vita. È uno degli investimenti più preziosi, seppur meno visibile nell’immediato, che si possa fare nella crescita di un figlio.

Ogni piccolo scambio in cui un genitore si ferma a nominare, insieme al proprio bambino, ciò che sta accadendo dentro di lui, è un mattone che si aggiunge a una casa emotiva più solida per il futuro: non servono gesti eclatanti, basta la ripetizione paziente di questa attenzione, giorno dopo giorno, per fare davvero la differenza nel tempo.

Squadra editoriale di Sognointatto. Ogni contenuto viene documentato, scritto e verificato prima della pubblicazione, e aggiornato quando emergono informazioni nuove.

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