Sindrome dell’impostore: riconoscerla e affrontarla sul lavoro

Un manager che seguo da qualche mese mi ha detto, dopo una promozione che aveva desiderato per anni: “Mi sento un fraudolento. Prima o poi si accorgeranno che non sono davvero all’altezza, che ho avuto solo fortuna”. Aveva alle spalle risultati concreti, riconoscimenti, un percorso solido. Eppure, dentro di sé, era convinto di aver ingannato tutti.

Non è un caso isolato: in tanti anni di lavoro ho incontrato questo vissuto in professionisti di ogni livello, dai neolaureati ai dirigenti con decenni di esperienza. È uno dei temi più comuni, e forse più sottovalutati, che emergono negli spazi di consulenza legati al lavoro.

Quello che colpisce di più, quando se ne parla apertamente in un contesto di gruppo o in un’aula di formazione, è vedere quante persone, con percorsi molto diversi tra loro, si riconoscano immediatamente in questa descrizione. È come se fosse un segreto condiviso da moltissimi, ma raramente detto ad alta voce.

Cos’è la sindrome dell’impostore

Il termine venne descritto per la prima volta negli anni Settanta dalle psicologhe Pauline Clance e Suzanne Imes, che osservarono in molte donne di successo un pattern ricorrente: la difficoltà a interiorizzare i propri risultati come frutto delle proprie capacità, accompagnata dalla paura costante di essere “smascherate” come incapaci.

Da allora il concetto si è ampliato, e oggi sappiamo che riguarda persone di ogni genere, ruolo e livello di esperienza, dai neolaureati ai professionisti affermati. Non si tratta di una diagnosi clinica in senso stretto, ma di un pattern psicologico molto diffuso e ben riconoscibile, soprattutto in contesti lavorativi competitivi o in momenti di transizione, come una promozione, un nuovo lavoro, o l’ingresso in un ambiente percepito come più prestigioso rispetto al proprio background.

Come si riconosce

Chi convive con la sindrome dell’impostore tende a presentare alcuni segnali ricorrenti:

  • Attribuire i propri successi a fattori esterni (fortuna, tempismo, gentilezza altrui) piuttosto che alle proprie competenze
  • Provare un sollievo temporaneo dopo un risultato positivo, seguito quasi subito dalla paura di non riuscire a replicarlo
  • Sentirsi costantemente sotto esame, anche in ruoli ricoperti da tempo
  • Minimizzare i complimenti ricevuti (“è stato facile”, “chiunque avrebbe potuto farlo”)
  • Lavorare in modo eccessivo per “compensare” una presunta inadeguatezza, con il rischio concreto di esaurimento
  • Evitare di candidarsi a nuove opportunità per paura di essere “scoperti” come non abbastanza preparati

Perché nasce, senza colpevolizzarsi

Nella mia esperienza clinica, la sindrome dell’impostore si nutre spesso di alcuni terreni comuni: contesti familiari o scolastici in cui il valore personale era legato ai risultati più che all’impegno, ambienti lavorativi molto competitivi o poco chiari nel dare feedback, oppure l’appartenenza a un gruppo in cui ci si sente “diversi” rispetto alla maggioranza, per genere, background, età o percorso di studi.

In tutti questi casi, il pensiero “non sono davvero all’altezza” diventa una spiegazione, per quanto dolorosa, più familiare della possibilità di essere semplicemente competenti e meritevoli. È quasi più rassicurante, paradossalmente, pensare di essere un impostore che rischia di essere scoperto, piuttosto che accettare pienamente il proprio valore.

Vale la pena sottolineare che non è un tratto di debolezza personale, e non riguarda solo chi ha oggettivamente meno esperienza: capita spesso di incontrarla proprio nelle persone più preparate, quelle con standard molto alti, che tendono a confrontarsi non con la media, ma con un ideale quasi irraggiungibile di competenza.

Come affrontarla sul lavoro

Affrontare la sindrome dell’impostore non significa eliminare del tutto il dubbio su di sé, che in piccole dosi è anche sano e ci tiene umili. Significa piuttosto ridimensionarlo, così da non farlo diventare l’unica voce nella propria testa.

Passo 1: raccogliere le prove

Consiglio spesso di tenere un piccolo archivio, anche solo su un file o un quaderno, con i feedback positivi ricevuti, i traguardi raggiunti, le competenze acquisite nel tempo. Quando la voce interna dice “non sono capace”, avere qualcosa di concreto da rileggere aiuta a controbilanciare la distorsione.

Passo 2: separare i fatti dalle interpretazioni

Un fatto è “ho ricevuto questo incarico”. Un’interpretazione è “me lo hanno dato per errore”. Imparare a distinguere i due piani, magari scrivendoli fisicamente su due colonne, aiuta a notare quanto spesso la mente aggiunge un giudizio negativo che non è supportato da elementi reali.

Passo 3: parlarne, con le persone giuste

Condividere questi vissuti con colleghi fidati o con un mentore spesso rivela una scoperta sorprendente: quasi tutti, anche le persone che sembrano più sicure di sé, hanno provato la stessa sensazione in qualche momento della carriera. Questo non toglie il disagio, ma lo normalizza, ed è più facile affrontare qualcosa che si scopre condiviso piuttosto che qualcosa vissuto come una vergogna solitaria.

Passo 4: ridefinire l’errore

Chi soffre di sindrome dell’impostore spesso vive ogni errore come conferma della propria inadeguatezza. Un lavoro utile consiste nel reinterpretare l’errore come parte naturale di qualunque percorso professionale, non come prova di un difetto strutturale della persona.

Con il tempo, molte delle persone che seguo imparano a riconoscere la voce dell’impostore nel momento stesso in cui si presenta, quasi come un rumore di fondo familiare, e a chiedersi: “questo pensiero mi sta aiutando o mi sta solo trattenendo?”.

Passo 5: ridimensionare il confronto con gli altri

Chi convive con la sindrome dell’impostore tende a confrontarsi con la versione più curata e sicura di sé che gli altri mostrano pubblicamente, dimenticando che anche loro, dietro le quinte, hanno dubbi, incertezze e momenti di fatica. Ricordarselo, in modo concreto e non solo teorico, aiuta a rimettere il confronto in una prospettiva più realistica.

Quando questi vissuti diventano molto intensi, generano ansia significativa, un forte stress cronico o un evitamento sistematico delle opportunità di crescita, può essere molto utile affrontarli in un percorso con uno psicologo, che aiuti a esplorare le radici più profonde di questo dubbio così persistente su di sé, e a costruire un rapporto più stabile e realistico con il proprio valore professionale.

Con il tempo, molte delle persone che ho accompagnato in questo percorso mi hanno raccontato un cambiamento significativo: non si tratta tanto di far sparire del tutto la voce dell’impostore, quanto di imparare ad ascoltarla senza lasciarsi guidare da lei, continuando a muoversi verso gli obiettivi che contano davvero, anche quando quella vocina interna continua, di tanto in tanto, a farsi sentire.

Squadra editoriale di Sognointatto. Ogni contenuto viene documentato, scritto e verificato prima della pubblicazione, e aggiornato quando emergono informazioni nuove.

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