In studio capita spesso che qualcuno mi dica “ho un problema di autostima” quando, ascoltando con attenzione il resto del racconto, mi accorgo che il nodo reale riguarda piuttosto la fiducia nelle proprie capacità in un ambito specifico. Sono due cose diverse, anche se nel linguaggio comune vengono usate quasi come sinonimi, e distinguerle può aprire strade di lavoro molto diverse tra loro.
Non è solo una questione terminologica: capire quale dei due aspetti è davvero in difficoltà cambia concretamente da dove partire per stare meglio, ed è per questo che vale la pena fare un po’ di chiarezza.
Uso spesso, in seduta, l’immagine di due strumenti diversi nella stessa cassetta degli attrezzi: entrambi servono a costruire un rapporto sano con sé stessi, ma rispondono a domande diverse e, se confusi, rischiano di far lavorare la persona nella direzione sbagliata.
Cos’è l’autostima
L’autostima riguarda il valore complessivo che una persona attribuisce a sé stessa, indipendentemente da ciò che fa o produce. È una valutazione globale, che risponde a una domanda di fondo: “quanto mi sento degno di essere amato, rispettato, accettato, così come sono?”.
L’autostima si costruisce nel tempo, spesso a partire dalle prime relazioni significative, e tende a essere relativamente stabile, pur potendo oscillare in base ai periodi di vita. Una persona con una buona autostima non pensa necessariamente di essere brava in tutto. Può riconoscere i propri limiti senza che questo scalfisca il proprio senso di valore come persona.
Cos’è l’autoefficacia
L’autoefficacia è un concetto diverso, introdotto dallo psicologo Albert Bandura, e riguarda la fiducia specifica nella propria capacità di portare a termine un compito o raggiungere un obiettivo particolare. Non è una valutazione generale di sé, ma una stima molto concreta e situazionale: “so di riuscire a organizzare una presentazione efficace”, oppure “non mi sento in grado di gestire una conversazione difficile con un collega”.
Si può avere alta autoefficacia in un ambito, per esempio nello sport, e bassa in un altro, per esempio nelle relazioni sentimentali, perché si costruisce soprattutto attraverso l’esperienza diretta: i successi passati in un compito specifico alimentano la fiducia di riuscire ancora, mentre gli insuccessi ripetuti, se non elaborati, possono minarla.
Un esempio dalla vita reale
Ricordo un cliente, un tecnico molto stimato nel suo settore, che aveva un’autoefficacia altissima sul lavoro: sapeva con precisione di essere in grado di risolvere problemi complessi, e i colleghi lo cercavano proprio per questo. Nella vita sentimentale, però, si sentiva insicuro e inadeguato, convinto di “non essere portato” per le relazioni. Non aveva un problema di autostima generalizzato, come pensava all’inizio, ma un’area specifica in cui la fiducia nelle proprie capacità doveva ancora essere costruita attraverso l’esperienza.
Le differenze principali
- L’autostima è globale e riguarda il valore della persona; l’autoefficacia è specifica e riguarda la capacità percepita in un compito
- L’autostima risponde alla domanda “quanto valgo?”; l’autoefficacia risponde alla domanda “quanto sono capace di fare questa cosa?”
- L’autostima è relativamente stabile nel tempo; l’autoefficacia può variare molto da un ambito all’altro, anche nella stessa persona
- L’autostima si nutre soprattutto di relazioni e accettazione; l’autoefficacia si nutre soprattutto di esperienze concrete di riuscita
Perché si confondono così spesso
Nella pratica quotidiana, autostima e autoefficacia interagiscono continuamente, ed è per questo che è facile fare confusione. Un fallimento ripetuto in un ambito specifico, cioè una bassa autoefficacia, può, nel tempo, essere generalizzato dalla mente come una prova del proprio scarso valore come persona, cioè una bassa autostima, soprattutto se non c’è la capacità di distinguere “non sono ancora capace di fare questo” da “non valgo abbastanza”.
Un esempio che vedo spesso: una persona che fatica in ambito professionale può iniziare a pensare “sono un fallimento”, estendendo un giudizio specifico, legato all’autoefficacia in quel ruolo, a un giudizio globale su di sé, che riguarda invece l’autostima, quando magari nelle relazioni personali o in altri ambiti della vita è del tutto capace e apprezzata.
Perché la distinzione è utile
Capire quale dei due aspetti è davvero in gioco cambia il tipo di lavoro da fare. Se il problema è di autoefficacia in un ambito specifico, spesso aiuta esporsi gradualmente a compiti sempre più impegnativi in quell’area, accumulando piccole esperienze di riuscita che, passo dopo passo, ricostruiscono la fiducia.
Se invece il problema è di autostima, il lavoro riguarda qualcosa di più profondo: il rapporto con sé stessi al di là dei risultati, spesso legato a vissuti relazionali importanti, che richiede un percorso diverso, meno centrato sul “fare” e più sul “sentirsi degni di essere”.
Come coltivare entrambe
Alcune indicazioni pratiche possono aiutare a lavorare su entrambi i piani, pur restando distinti:
- Per l’autoefficacia: scomporre gli obiettivi grandi in piccoli passi verificabili, così da accumulare successi concreti su cui costruire fiducia
- Per l’autoefficacia: osservare i risultati passati con onestà, invece di minimizzarli o attribuirli solo alla fortuna
- Per l’autostima: praticare un dialogo interno più gentile, chiedendosi se si parlerebbe a un amico nello stesso modo severo con cui a volte si parla a sé stessi
- Per l’autostima: coltivare relazioni in cui ci si sente accettati anche nei momenti di fragilità, non solo quando si ottengono risultati
Tenere a mente questa distinzione, nella vita di tutti i giorni, aiuta anche a essere più precisi quando si chiede aiuto: sapere se si sta lottando con “non mi sento capace di fare questo” oppure con “non mi sento degno di essere accettato” orienta già, da solo, verso la direzione giusta.
Le due dimensioni, comunque, restano legate: accumulare piccole esperienze di riuscita, tipiche del lavoro sull’autoefficacia, spesso ha un effetto positivo anche sull’autostima, così come sentirsi accettati e sostenuti rende più facile affrontare i compiti che generano insicurezza. Non vanno pensate come compartimenti stagni, ma come due filoni che, nel percorso di crescita personale, finiscono per intrecciarsi continuamente.
Quando la scarsa autostima o la sensazione cronica di inadeguatezza condizionano in modo significativo le scelte di vita, le relazioni o il benessere quotidiano, un percorso con uno psicologo può offrire uno spazio prezioso per lavorare, con calma e senza giudizio, su questa distinzione così importante tra ciò che si sa fare e ciò che si è.
