Una paziente, dopo la separazione da un compagno con cui aveva costruito una vita per oltre dieci anni, mi disse in seduta: “Non riesco ad accettare che sia finita così.” Le chiesi cosa intendesse con “accettare”, e lei rispose: “Che vada bene, che sia giusto.” Le spiegai che l’accettazione, in psicologia, non ha quasi mai a che fare con il “andare bene”. Ha a che fare con qualcosa di molto più scomodo e, alla lunga, molto più liberatorio.
Cosa non è l’accettazione radicale
Il termine accettazione radicale viene spesso frainteso come sinonimo di rassegnazione, di passività, o addirittura di approvazione di ciò che è accaduto. Non è questo il significato clinico del concetto. Accettare radicalmente una situazione non significa dire che va bene così, né rinunciare a desiderare che le cose siano diverse.
Significa, piuttosto, smettere di combattere contro una realtà che non può essere cambiata nel momento presente. È la differenza tra lottare contro un fatto già accaduto e lottare, invece, per costruire il passo successivo a partire da quel fatto.
Faccio spesso questo esempio in studio: se una persona ha una malattia cronica, l’accettazione radicale non significa smettere di curarsi o di sperare in miglioramenti. Significa smettere di consumare energie preziose nel negare che la malattia esista, per poterle investire, invece, nella gestione quotidiana di quella condizione.
Perché resistere alla realtà fa più male della realtà stessa
Uno dei principi centrali di questo approccio è che la sofferenza non nasce solo dal dolore in sé, ma spesso dalla resistenza a quel dolore. Il dolore di una perdita è quasi inevitabile; la sofferenza aggiuntiva che nasce dal “non doveva andare così”, dal rimuginare instancabilmente su come le cose avrebbero potuto essere diverse, è invece una sofferenza che si somma al dolore originario, e che spesso lo amplifica.
Non sto dicendo che sia facile, né che si tratti di un interruttore da azionare a comando. L’accettazione radicale è un processo, spesso lento, che richiede di attraversare fasi di rabbia, negazione, contrattazione, prima di arrivare a un punto in cui la realtà può essere guardata senza distogliere lo sguardo.
Un esempio dalla pratica clinica
Ricordo un cliente che aveva perso il lavoro dopo vent’anni nella stessa azienda, a causa di una ristrutturazione che non aveva nulla a che fare con le sue competenze. Per mesi ripeteva: “Non è giusto, non doveva succedere a me.” Aveva ragione, in un certo senso: non era giusto. Ma continuare a ripeterselo ogni giorno lo teneva bloccato in un presente fatto solo di rabbia, incapace di iniziare a guardare avanti.
Il lavoro che abbiamo fatto insieme non è stato convincerlo che la situazione fosse accettabile o giusta, ma aiutarlo a riconoscere che continuare a combattere contro un fatto ormai compiuto non gli restituiva nulla, se non ulteriore sofferenza. Solo quando ha smesso di chiedersi “perché è successo a me” e ha iniziato a chiedersi “cosa posso fare ora”, ha ritrovato margine di movimento.
Come si pratica, concretamente
L’accettazione radicale non è un concetto astratto: si può allenare con alcuni passaggi pratici, che propongo spesso nei percorsi che seguono lutti, separazioni, diagnosi mediche o cambiamenti di vita non scelti.
- Riconoscere con onestà cosa è realmente accaduto, senza minimizzare né drammatizzare oltre misura.
- Distinguere tra i fatti oggettivi e le storie che costruiamo intorno a quei fatti, spesso cariche di giudizio.
- Dare spazio alle emozioni che emergono, senza giudicarle come sbagliate o eccessive.
- Notare, con gentilezza, ogni volta che la mente torna a combattere contro ciò che è già successo.
- Chiedersi, un passo alla volta, cosa è possibile fare oggi, a partire dalla situazione reale e non da quella desiderata.
Un piccolo strumento che trovo utile è ripetersi, nei momenti di maggiore resistenza, una frase semplice: “Questo è quello che c’è, in questo momento.” Non è una frase magica, non elimina il dolore, ma aiuta a interrompere il circolo della negazione, riportando l’attenzione al presente.
Accettazione non è resa
Un equivoco frequente riguarda l’idea che accettare significhi smettere di lottare per cambiare le cose. In realtà è vero l’opposto: si può lottare per cambiare una situazione futura solo dopo aver smesso di negare quella presente. Chi resta bloccato nel rifiuto della realtà spende tutte le proprie energie a combattere qualcosa che, per definizione, non può più essere modificato, e ne ha sempre meno per costruire ciò che invece è ancora possibile.
Penso all’accettazione radicale come a un punto di passaggio, non a un punto di arrivo definitivo. Non si accetta una volta per tutte: ci sono giorni in cui la ferita si riapre, in cui torna la rabbia o la tristezza, ed è normale. L’accettazione non è uno stato stabile e perfetto, ma una pratica a cui si torna, più e più volte, ogni volta che la vita ci mette davanti a qualcosa che non avremmo scelto.
Quando l’accettazione diventa più difficile
Ci sono situazioni in cui il processo di accettazione richiede più tempo e più sostegno: perdite improvvise, diagnosi importanti, eventi che mettono in discussione la propria identità o il proprio futuro immaginato. In questi casi, un percorso di supporto psicologico può fare una differenza importante, non per accelerare artificialmente un processo che ha bisogno dei suoi tempi, ma per accompagnarlo senza che la persona resti sola nella fase più difficile.
Fare pace con ciò che non si può cambiare non significa smettere di desiderare che le cose fossero andate diversamente. Significa, semplicemente, smettere di vivere in una realtà immaginaria che non esiste più, per tornare a vivere in quella reale, per quanto imperfetta, che è l’unica su cui possiamo davvero costruire qualcosa.
Un aspetto che trovo utile chiarire ai pazienti è che l’accettazione radicale non richiede di attraversarla in solitudine. Condividere il proprio percorso con persone fidate, o con un professionista quando la sofferenza è particolarmente intensa, non è un segno di debolezza ma un modo per non restare intrappolati troppo a lungo nella fase di resistenza, quella in cui si consumano più energie senza alcun reale beneficio.
Con il tempo, molte delle persone che accompagno in questo tipo di percorso mi raccontano un cambiamento sottile ma profondo: non smettono di sentire dolore per ciò che hanno vissuto, ma smettono di sentirsi in guerra con la propria vita. È in questa differenza, apparentemente piccola, che si gioca gran parte della qualità del benessere psicologico nel lungo periodo.
