Descrivi il comportamento, smetti di descrivere il carattere

Ufficio open space con scrivanie affiancate, sedie e schermi accesi in secondo piano

«È una persona arrogante, punto.» La frase chiude un discorso che era appena cominciato. Chiedo che cosa abbia fatto esattamente questa persona, e arriva una pausa lunga, poi un secondo aggettivo, poi un terzo. Il primo fatto verificabile compare dopo cinque minuti, ed è molto più piccolo e molto più affrontabile del ritratto che lo precedeva.

Non è un difetto di memoria. Descriviamo le persone con qualità stabili perché è il modo in cui il pensiero risparmia lavoro: una parola al posto di venti episodi. Il problema arriva dopo, quando da quella parola bisogna ricavare qualcosa da fare, e non si ricava niente. Non si può chiedere a nessuno di smettere di essere arrogante.

Quello che segue è un metodo in quattro mosse per sostituire l’etichetta con una descrizione osservabile, capire quanto è grande davvero il problema, ricavarne una richiesta che si possa pronunciare e riconoscere i casi in cui questo lavoro non basta e serve altro.

Le quattro mosse, e l’errore che ciascuna evita

Mossa Che cosa si fa Errore che evita
Togliere l’aggettivo Si riscrive la lamentela con soli fatti visibili Discutere di com’è fatta una persona
Contare Si cercano le ultime tre occorrenze, con data Litigare su «sempre» e «mai»
Mettere il contesto Si annota con chi, quando, in quali condizioni Trattare come costante ciò che è situazionale
Nominare il costo Si dice che cosa produce concretamente Chiedere un cambiamento senza una ragione

Le quattro mosse si fanno in quest’ordine e richiedono venti minuti su un foglio, prima di qualunque conversazione. Chi le salta arriva al confronto con un elenco di qualità negative, e da lì l’unico esito possibile è che l’altro si difenda.

L’etichetta arriva prima dell’osservazione

Un aggettivo sembra una descrizione ed è invece una conclusione. «Disorganizzato», «passivo», «ostile» sono l’esito di un ragionamento che è già avvenuto, di cui però non restano i passaggi: resta solo il risultato, ed è per questo che sembra un dato di fatto.

Il primo costo è che una conclusione non si può discutere. Chi la riceve può soltanto accettarla o rifiutarla, e nella quasi totalità dei casi la rifiuta, perché nessuno si riconosce nella versione peggiore di sé. La conversazione si sposta allora sul se sia vero o no, e non torna più su quello che era successo.

Il secondo costo è meno visibile e pesa di più nel tempo. L’etichetta è stabile, il comportamento no. Una volta assegnata, funziona come un filtro: gli episodi che la confermano vengono notati, quelli che la smentiscono passano inosservati o vengono spiegati come eccezioni. Dopo qualche mese la persona etichettata non ha più modo di uscirne, indipendentemente da come si comporta.

C’è poi un terzo costo, che ricade su chi l’etichetta l’ha assegnata. Definire qualcuno per come è chiude anche le proprie possibilità di manovra: se il problema è il carattere dell’altro, non resta niente da fare se non aspettare che cambi o andarsene. Descrivere un comportamento, al contrario, lascia sempre almeno due leve, una che riguarda la richiesta e una che riguarda l’organizzazione del proprio lavoro.

Che cosa si intende davvero con colleghi difficili

L’espressione colleghi difficili copre situazioni che non hanno quasi niente in comune. C’è chi interrompe, chi non risponde ai messaggi per giorni, chi cambia una decisione senza avvisare, chi alza la voce, chi porta il lavoro fuori orario e chi non lo porta mai. L’unica cosa condivisa è l’effetto su chi lo racconta.

Un esercizio che uso spesso: chiedere a tre persone dello stesso ufficio che cosa intendono quando definiscono difficile lo stesso collega. Escono tre liste diverse, e in genere una delle tre non contiene nemmeno un comportamento, solo impressioni. La parola descrive la fatica di chi parla, che è un’informazione vera ma su un’altra cosa.

Questo non significa che la fatica sia immaginaria. Significa che, così com’è, non è utilizzabile. Prima di poter decidere se conviene parlare, riorganizzare il proprio lavoro o rivolgersi a qualcun altro, bisogna sapere di che cosa si sta parlando, e per saperlo serve una descrizione che una persona esterna potrebbe riconoscere.

La prova della telecamera

Il criterio più rapido che conosco è immaginare una telecamera fissa nell’angolo della stanza, senza audio interpretato e senza commento. Che cosa avrebbe registrato? «Ha alzato la voce» sì. «Ha parlato sopra di me per due volte» sì. «È arrogante» no. «Mi ha mancato di rispetto» nemmeno, perché è una valutazione dell’accaduto, non l’accaduto.

C’è una categoria che sfugge quasi sempre a questo controllo, ed è l’intenzione. «L’ha fatto apposta», «voleva mettermi in difficoltà davanti agli altri» sono ipotesi sul funzionamento interno di un’altra persona, e nessuna telecamera le riprende. Possono anche essere corrette, ma non sono materiale da portare in una conversazione: appena vengono pronunciate, l’altro smette di ascoltare il resto.

In pratica si scrive la propria lamentela come viene, senza filtri, e poi si cancella tutto ciò che una telecamera non avrebbe potuto registrare. Quel che rimane sul foglio è quasi sempre molto meno di quanto ci si aspettava, ed è l’unica parte con cui si può lavorare.

Dalla frase generale al fatto singolo

Foglietti adesivi colorati attaccati a una parete bianca in disordine ordinato

«Non mi ascolta mai» è una frase che non si può verificare e quindi nemmeno affrontare. La trasformazione consiste nel cercare le ultime tre occasioni concrete, con la data, il luogo e che cosa è successo in quei minuti. È un lavoro noioso e produce risultati che sorprendono chi lo fa.

A volte gli episodi sono tre in due giorni, e allora il problema è grosso e ha un ritmo preciso. A volte, cercando, si arriva a due in quattro mesi, entrambi in periodi di scadenza. Il secondo caso non rende la fatica meno reale, ma cambia radicalmente che cosa conviene fare: una conversazione formale su due episodi trimestrali produce più danni di quanti ne ripari.

Gli avverbi assoluti reggono male questa verifica, ed è un bene. «Sempre» e «mai» sono le parole che, pronunciate in un confronto, spostano immediatamente la discussione sul terreno delle eccezioni: basta che l’altro trovi un solo caso contrario per invalidare l’intera frase, e lo trova.

I tre dati che mancano quasi sempre

Una descrizione utile contiene tre informazioni che nella versione spontanea non ci sono quasi mai.

La frequenza. Quante volte in quale periodo. Non serve un conteggio preciso, serve un ordine di grandezza: due volte al mese e due volte al giorno sono due problemi differenti e richiedono risposte differenti.

Il contesto. Con chi succede, quando, in quali condizioni. Molti comportamenti che sembrano tratti costanti si rivelano legati a una situazione: soltanto in riunione, soltanto sotto scadenza, soltanto in presenza di una certa persona. Il contesto è anche la parte che indica dove si può intervenire senza chiedere niente a nessuno.

Il costo. Che cosa produce concretamente: lavoro rifatto, informazioni che arrivano tardi, decisioni prese due volte, ore di straordinario. Il costo è la ragione per cui si chiede un cambiamento, ed è ciò che distingue una richiesta da una preferenza personale. Nominare con precisione anche l’effetto emotivo aiuta, purché resti distinto dai fatti: la differenza tra dire di stare male e sapere che cosa si prova è il terreno dell’alfabetizzazione emotiva, e serve proprio qui.

Che cosa resta quando si toglie l’interpretazione

Un esempio completo rende visibile la differenza. Versione iniziale: «Marco è ostile, mi rema contro». Versione descritta: «Nelle ultime quattro riunioni Marco ha commentato le mie proposte prima che finissi di esporle. È successo tutte e quattro le volte in presenza del responsabile, mai negli scambi a due. Due proposte non sono più state riprese».

La seconda versione è più lunga ed è l’unica pronunciabile. Ha anche un effetto collaterale utile: apre ipotesi che la prima chiudeva. Che Marco lo faccia con tutti, che sia informato in ritardo e recuperi in riunione, che ci sia una tensione con il responsabile che passa attraverso di te. Nessuna di queste ipotesi giustifica il comportamento, ma ciascuna porta a una mossa diversa.

Descrivere non significa attenuare. Un comportamento descritto con precisione resta grave se è grave, anzi lo diventa in modo più evidente, perché smette di essere un’impressione e diventa una serie di fatti con date. La differenza è che a quel punto se ne può parlare senza che la conversazione si trasformi in un processo alla personalità di qualcuno.

Un controllo finale, prima di considerare chiusa la descrizione, consiste nel farla leggere a una persona che non conosce nessuno dei due. Se chi legge riesce a immaginare la scena senza fare domande, il testo è pronto. Se invece chiede che cosa sia successo esattamente, o se si accorge di aver capito soltanto che una delle due parti è antipatica all’altra, restano dentro giudizi travestiti da fatti, e vanno tolti prima di parlare con chiunque.

La richiesta si formula su un comportamento

Due colleghi in piedi parlano accanto a una scrivania in un ufficio luminoso

Il passaggio critico dell’intero metodo è questo, e quasi tutto il lavoro precedente serve solo a renderlo possibile. Una richiesta funziona quando indica un’azione, non una qualità.

  1. Il fatto. Una frase, osservabile, senza aggettivi: «Nelle ultime riunioni è successo che intervenissi mentre stavo esponendo».
  2. Il costo. Che cosa produce, in termini concreti: «Due proposte non sono arrivate alla fine e le abbiamo riaperte la settimana dopo».
  3. La richiesta. In positivo e specifica: «Ti chiedo di aspettare che chiuda il punto e poi dire quello che pensi». Non «ti chiedo di essere meno aggressivo», che non descrive nessuna azione.
  4. La verifica. Quando ci si risente e su che cosa: «Vediamo com’è andata dopo le prossime due riunioni». Senza questo passaggio la conversazione resta uno sfogo con una forma migliore.

Un comportamento alla volta, scelto tra quelli che costano di più. Chi porta una lista di cinque punti ottiene una difesa su tutti e cinque. Sul momento e sul luogo valgono tre regole semplici: mai davanti ad altri, mai a caldo subito dopo l’episodio, mai per iscritto se è la prima volta che se ne parla. La struttura ricalca quella della comunicazione non violenta, con una differenza di accento: qui il costo si dichiara in termini di lavoro prima che di vissuto, perché è il terreno su cui la richiesta risulta legittima anche a chi non condivide niente con te.

Se il comportamento non cambia

La richiesta si ripete una seconda volta, e non oltre. Dalla terza in poi si è passati dal chiedere all’insistere, e l’insistenza consuma la relazione senza spostare niente.

Dopo la seconda volta la domanda cambia: non più come far cambiare l’altro, ma come riorganizzare la parte che dipende da te. Conferme scritte di quello che si decide a voce, un ordine del giorno mandato prima, la scelta di trattare certi punti in scambi a due invece che in riunione. Sono aggiustamenti che riducono il costo senza richiedere il consenso di nessuno.

Se il costo resta alto, esiste il passaggio a chi coordina, ed è qui che il lavoro fatto all’inizio ripaga. Portare tre episodi con data, contesto ed effetto è una segnalazione. Portare «è una persona impossibile» è una lamentela, e viene trattata come tale anche quando la situazione sottostante è seria.

Va messo in conto anche un esito che nessuno ama: alcune relazioni professionali non diventano buone, diventano gestibili. È un risultato inferiore a quello sperato e superiore a quello di partenza, e riconoscerlo evita di spendere anni su una trasformazione che non arriverà.

Quando descrivere non basta

Il metodo vale per l’attrito ordinario tra persone che lavorano insieme. Esiste un terreno diverso, e confonderlo con il primo fa danno: comportamenti ripetuti e diretti a una persona nel tempo, denigrazione davanti agli altri, esclusione sistematica dalle informazioni, minacce, riferimenti a sfera sessuale, origine o condizioni di salute.

In quei casi la conversazione a due non è lo strumento adatto e in alcune situazioni espone chi la propone. I riferimenti sono il medico competente, le funzioni del personale, le rappresentanze sindacali, e informazioni sui rischi di natura organizzativa nei luoghi di lavoro sono pubblicate dall’istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni. Alcuni segnali ricorrenti di una relazione che consuma sono descritti in modo utile anche fuori dal contesto lavorativo, e la mappa delle relazioni che logorano aiuta a riconoscerli prima.

C’è infine una soglia che riguarda chi legge, non l’altra persona. Se la situazione incide sul sonno, sull’appetito o sull’umore per settimane, o se la domenica sera è diventata il momento peggiore della settimana, conviene parlarne con il medico di base o con uno psicologo. Un elenco letto in rete non stabilisce che cosa sta succedendo a nessuno: serve a decidere di chiedere un parere.

Domande frequenti

E se il problema riguarda il mio responsabile?

Il metodo resta lo stesso, cambia la formulazione della richiesta, che diventa una domanda su come lavorare meglio insieme invece che una richiesta di cambiamento. «Quando ricevo la revisione il venerdì sera non riesco a rientrare nei tempi: possiamo fissare il passaggio al giovedì?» è una frase che descrive un fatto e propone una soluzione, ed è pronunciabile verso l’alto.

Descrivere invece di giudicare non è freddo?

Sembra freddo sul foglio e non lo è nella conversazione, perché toglie l’accusa e lascia il contenuto. Quello che raffredda davvero un rapporto è l’aggettivo, che arriva come una sentenza. Un fatto e una richiesta si possono discutere; una definizione della persona no.

E se l’altro nega che il fatto sia successo?

Succede spesso, e in genere non è malafede: le stesse riunioni vengono ricordate in modi diversi. Conviene non insistere sulla ricostruzione e spostarsi in avanti: «Può darsi che l’abbia vista diversamente, ti chiedo comunque questa cosa per le prossime volte». Il passato non si vince, il futuro si può concordare.

Quante volte si può chiedere la stessa cosa?

Due, distanziate da un periodo di verifica reale, che nella maggior parte dei contesti significa due o tre settimane. Se dopo la seconda non è cambiato nulla, l’informazione utile non riguarda più la richiesta: riguarda il fatto che quella strada è chiusa e che le energie vanno spostate altrove.

Vale anche fuori dal lavoro?

Vale ovunque ci sia una relazione che deve continuare, quindi anche in famiglia e tra amici. Nei rapporti stretti cambia una cosa: il costo da nominare è quasi sempre emotivo invece che pratico, e va detto in prima persona, perché lì nessuno può contestare che cosa hai provato mentre può contestare qualunque altra affermazione.

Serve mettere per iscritto?

Per sé sì, sempre: è il modo per fare le quattro mosse senza barare. Verso l’altra persona no, non alla prima conversazione, perché uno scritto formalizza e mette sulla difensiva. Diventa opportuno più avanti, quando si passa a segnalare la questione a qualcun altro e servono date invece che ricordi.

Si occupa di dinamiche di coppia e di rapporti tra adulti, dentro e fuori la famiglia. Lavora sulle conversazioni che le persone rimandano per anni. Preferisce descrivere i meccanismi piuttosto che assegnare etichette.
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