Imparare qualcosa di nuovo a quarant’anni, la curva dei primi tre mesi

acoustic guitar on stand

Settembre è il mese in cui si comincia. Un corso di chitarra, il tedesco, il nuoto in vasca, il disegno tecnico: iscrizione pagata, materiale comprato, due sere bloccate in calendario. A metà ottobre la frequenza è ancora regolare. A metà novembre, in una quantità di casi che chiunque insegni a adulti conosce bene, il materiale è in fondo a un armadio.

La spiegazione che quasi tutti danno di sé è la stessa, e quasi sempre è sbagliata: mi manca la costanza. Nella maggior parte dei casi la costanza c’era. Mancava un’idea realistica di come si presentano i progressi, e chi si aspetta una linea che sale in modo regolare smette esattamente nel punto in cui la linea, per ragioni del tutto ordinarie, si appiattisce.

Quello che segue descrive l’andamento tipico dei primi tre mesi, il tratto in cui la maggior parte si ferma e quali indicatori dicono che si sta avanzando anche quando la sensazione afferma il contrario. Non rende l’apprendimento più rapido: evita di chiuderlo alla sesta settimana per un motivo che non riguarda le proprie capacità.

Che cosa aspettarsi, settimana per settimana

  • Prime due settimane. Miglioramenti visibili quasi ogni volta. È la fase meno rappresentativa dell’intero percorso.
  • Dalla terza alla quinta. I passi si accorciano. Compare il confronto con chi è più avanti.
  • Tra la quinta e l’ottava. Il tratto piatto. È qui che si concentra la maggior parte degli abbandoni.
  • Dal terzo mese. Ripresa irregolare, a gradini, con salti che arrivano dopo giorni apparentemente inutili.
  • Da evitare. Misurare l’avanzamento a sensazione, aumentare le ore quando si è fermi, cambiare metodo prima di otto settimane.

Che cosa cambia quando si prova a imparare cose nuove da adulti

Un adulto porta dentro un corso due vantaggi reali. Sa come si studia, perché lo ha già fatto, e sa perché è lì, il che rende la motivazione meno dipendente dal giudizio di qualcun altro. Su questo la ricerca sull’apprendimento in età adulta è abbastanza concorde, e nella pratica si vede: la fase iniziale è spesso più rapida di quella di un ragazzino.

Gli svantaggi stanno altrove e sono tre. Il tempo è frammentato e negoziato con il resto della vita, non protetto da una struttura esterna come la scuola. La quantità di esposizione è molto minore, perché nessuno passa cinque ore al giorno dentro la nuova materia. E c’è la questione più sottile di tutte, che raramente viene nominata.

Chi ha quarant’anni è competente in qualcosa. Ha un mestiere, un ruolo, una serie di cose che sa fare bene senza pensarci. Tornare in una condizione di incompetenza visibile, davanti a un insegnante e a volte a persone più giovani, produce un fastidio che non ha niente a che vedere con la difficoltà tecnica dell’attività. Chi tende a leggere ogni prestazione come un giudizio complessivo su di sé riconoscerà qui un vecchio meccanismo: il perfezionismo che funziona da difesa è tra i motivi più frequenti per cui un adulto smette al primo mese.

La curva non sale dritta, e questo è il punto

Il modello mentale con cui si parte è una retta: ogni ora investita produce un pezzo di miglioramento, sempre uguale. Nessuna attività complessa si comporta così, e la forma reale è nota da molto tempo a chi si occupa di acquisizione di abilità.

All’inizio i guadagni sono ampi perché quasi tutto è nuovo: la prima volta che si tiene la posizione corretta, la prima frase pronunciata senza pensarci, la prima vasca completata. Ogni sessione contiene una prima volta, e le prime volte si notano. Dopo qualche settimana le prime volte finiscono, e quello che resta è un lavoro di raffinamento che produce differenze piccole, difficili da percepire dall’interno.

Va detto con onestà che la forma della curva cambia molto secondo l’attività e la persona, e che le rappresentazioni molto pulite che circolano nei manuali divulgativi sono semplificazioni. Il tratto affidabile è uno solo, e basta a orientarsi: la fase visibile è la prima, non è quella che descrive il percorso, e sparisce.

L’altopiano arriva tra la quinta e l’ottava settimana

Il tratto piatto è la parte del percorso in cui il rendimento misurabile resta fermo mentre l’impegno continua. Le settimane indicate sono un intervallo osservato di frequente, non una legge: chi si allena tutti i giorni lo incontra prima, chi fa una lezione ogni quindici giorni molto dopo.

Sotto la superficie non è fermo niente. In quel tratto si consolida ciò che è stato appreso a pezzi, alcune operazioni cominciano a richiedere meno attenzione, e la capacità di riconoscere il proprio errore cresce più in fretta della capacità di evitarlo. È questo scarto a produrre la sensazione peggiore dei tre mesi: si suona peggio di prima, in realtà si sente meglio di prima.

Il passaggio successivo, quando arriva, non è graduale. Assomiglia a un gradino: un giorno la sequenza esce intera, la frase si costruisce mentre si parla, la bracciata smette di costare. Quel gradino non ha una data prevedibile, e questa è la ragione per cui non conviene decidere di smettere sulla base di quanto si è visto nell’ultima settimana.

Perché quasi tutti si fermano lì

Il primo motivo è meccanico. La sensazione di progresso è ciò che ha alimentato le prime settimane, e quando scompare non resta niente al suo posto, a meno che l’attività non sia interessante di per sé. Chi ha scelto qualcosa per un obiettivo esterno, come una certificazione o un’aspettativa altrui, arriva a questo punto con meno riserve di chi ha scelto per curiosità; la differenza tra motivazione intrinseca ed estrinseca non è ideologica, si vede proprio qui.

Il secondo motivo riguarda il calendario. Le prime settimane hanno una spinta che protegge lo spazio; alla sesta, quel giovedì sera è tornato a essere un giovedì sera qualunque, e qualsiasi cosa lo occupa. L’abbandono raramente è una decisione: è una serie di rinvii che nessuno registra come tali.

Il terzo motivo è la spiegazione che ci si dà. Attribuire il tratto piatto a una mancanza personale, del tipo non sono portato, chiude la questione. Attribuirlo alla fase del percorso la lascia aperta. Su come si costruiscono queste attribuzioni, e su quanto pesino, il concetto di locus of control dice qualcosa di utile.

I tre mesi, divisi in tre fasi

Corsie di una piscina coperta delimitate da galleggianti colorati sull'acqua ferma
Daibm Ond Goeml / CC BY-SA 4.0
Fase Che cosa si osserva Che cosa fare Errore tipico
Settimane 1-4 Progressi frequenti, entusiasmo alto, sessioni lunghe Fissare il calendario definitivo, non quello dell’entusiasmo Impostare un ritmo che non regge a novembre
Settimane 5-8 Rendimento fermo, aumento della frustrazione, confronti Non cambiare niente, tenere il registro, ridurre semmai la durata Aumentare le ore o cambiare metodo
Settimane 9-12 Miglioramenti a gradini, dopo giorni piatti Introdurre una difficoltà nuova alla volta Tornare indietro a rifare ciò che si sa già

La riga centrale è quella che decide il risultato dei tre mesi, e contiene l’indicazione meno intuitiva: nel tratto piatto conviene ridurre, non aumentare. Le sessioni allungate per compensare producono stanchezza e confermano l’idea che non stia funzionando.

Misurare l’avanzamento senza fidarsi della sensazione

Metronomo meccanico appoggiato sul coperchio di un pianoforte accanto agli spartiti

La sensazione di come è andata dipende dall’ultima sessione, dall’ora, dal sonno della notte prima. È una misura instabile e va sostituita con due o tre indicatori che si annotano in dieci secondi.

Il primo è il tempo di ripresa: quanti minuti servono, all’inizio di ogni sessione, per tornare al livello in cui si era finita la volta precedente. Cala prima e più visibilmente di qualsiasi altra cosa, e cala anche durante l’altopiano.

Il secondo è il conteggio degli errori su un punto fisso: lo stesso passaggio, lo stesso esercizio, la stessa vasca, ripetuti una volta a settimana nelle stesse condizioni. Non serve un test elaborato, serve che sia identico ogni volta.

Il terzo è la quota di attività che si esegue senza pensarci. Si valuta in modo grezzo, su cinque punti, e in tre mesi si muove in modo molto più netto della qualità percepita. Chi tiene questi tre numeri su un foglio scopre in genere che il tratto piatto è piatto soltanto su una delle tre righe.

Quante ore alla settimana, e distribuite come

Il totale settimanale conta meno della distribuzione. Tre sessioni da quaranta minuti producono più risultato di una sessione da due ore, e la differenza non riguarda la concentrazione: riguarda il numero di volte in cui si recupera un materiale che si stava dimenticando, che è il momento in cui si consolida.

Serve poi una sessione minima definita in anticipo, quella che si fa nelle settimane storte: dieci minuti, un esercizio solo, senza obiettivi. Il suo scopo non è il progresso ma la continuità, perché una settimana saltata per intero costa molto più di sette sessioni ridotte all’osso.

Sull’interruzione lunga vale la pena essere precisi, perché genera parecchia ansia. Due settimane di stop non cancellano niente: si rientra a un livello inferiore e si recupera in tempi molto più brevi di quelli impiegati la prima volta. Chi smette definitivamente dopo una pausa quasi sempre non ha smesso per la pausa, ma per l’idea di dover ricominciare da zero, che è falsa.

Cinque errori di impostazione che si pagano al secondo mese

  1. Il calendario dell’entusiasmo. Cinque sere alla settimana decise a settembre diventano zero a novembre. Si sceglie la frequenza che regge nella settimana peggiore dell’anno, non in quella migliore.
  2. L’obiettivo formulato come risultato. «Parlare tedesco» non dice quando si è arrivati. «Sostenere una conversazione di dieci minuti sul lavoro» lo dice, e permette di accorgersi di essere a metà strada.
  3. Il confronto con chi ha iniziato prima. Osservare qualcuno tre anni avanti è utile per capire dove si va, inutile per capire dove si è. La misura è la propria registrazione di quattro settimane fa.
  4. Il cambio di metodo alla prima difficoltà. Cambiare corso, applicazione o insegnante durante l’altopiano azzera la parte già consolidata e riporta alla fase iniziale, che è piacevole e non porta da nessuna parte.
  5. L’attrezzatura al posto della pratica. Lo strumento migliore, il manuale definitivo e le tre applicazioni scaricate insieme sono un modo di rimandare la parte scomoda, cioè la ripetizione.

Il secondo punto merita un’aggiunta. Un obiettivo verificabile non deve essere ambizioso: deve essere osservabile da fuori. Se per stabilire se è stato raggiunto serve interpretare, non è un obiettivo, è un desiderio.

Quando la difficoltà non riguarda l’apprendimento

Quasi tutte le difficoltà descritte fin qui rientrano nel funzionamento ordinario di un adulto che impara qualcosa. Alcune situazioni, però, non si risolvono con una migliore gestione delle aspettative, e vale la pena riconoscerle invece di insistere.

  • Difficoltà di concentrazione o di memoria che compaiono in tutti i contesti, non solo nella nuova attività, e durano da mesi.
  • Stanchezza costante al risveglio, sonno frammentato, calo dell’interesse anche per attività che prima interessavano.
  • Faticare in modo sproporzionato con la lettura, la scrittura o i numeri, con una storia scolastica che tornava già difficile per gli stessi motivi.
  • Non sentire bene l’insegnante, non vedere bene lo spartito o lo schermo: due cause banali che restano invisibili per mesi.

Nei primi due casi il riferimento è il medico di base, che valuta se c’è qualcosa da approfondire. Nel terzo esistono percorsi di valutazione anche in età adulta, e vengono condotti da professionisti, non si stabiliscono con un questionario in rete. Il quarto si chiarisce con un controllo. Niente di quanto è scritto qui identifica una condizione: serve a distinguere una fase normale dell’apprendimento da qualcosa che merita di essere guardato da qualcun altro.

Per tutti gli altri casi il risultato dei tre mesi è modesto e concreto: una cosa che a settembre richiedeva attenzione piena, a dicembre esce da sola, e resta il tempo per pensare a quella successiva. Chi ha attraversato l’altopiano una volta lo riconosce la seconda, e questo cambia più cose della tecnica di studio. È lo stesso motivo per cui uscire dalla zona di comfort costa soprattutto la prima volta.

Domande frequenti

Tre mesi bastano per capire se ho scelto la cosa giusta?

Bastano per capire se il metodo e gli orari reggono, non per giudicare l’attività. La valutazione fatta durante l’altopiano è la meno affidabile del percorso, perché coincide con il punto di massima frustrazione. Se si vuole decidere, si decide al terzo mese compiuto, con i propri appunti davanti.

È vero che da adulti si impara più lentamente?

Dipende da che cosa. In alcune aree, come la pronuncia di una lingua nuova, i bambini hanno un vantaggio documentato. In altre, come la comprensione di una struttura o la strategia di studio, l’adulto è più rapido. Sul complesso di un percorso ordinario, la variabile che pesa di più resta la quantità di pratica, non l’età anagrafica.

Meglio un corso o lo studio in autonomia?

Il corso porta due cose difficili da procurarsi da soli: un orario che qualcuno protegge al posto tuo e una correzione esterna nelle prime settimane, quando gli errori si fissano. Lo studio autonomo costa meno ed è più flessibile, ma nella fase iniziale ha un tasso di abbandono più alto proprio per l’assenza di quei due elementi.

Che cosa faccio se salto tre settimane?

Si rientra con la sessione minima, non con un recupero. La tentazione di compensare con una settimana intensa produce quasi sempre un secondo abbandono. Il livello a cui si torna è più basso di quello lasciato ed è normale che sia così: il recupero richiede in genere una frazione del tempo impiegato all’inizio.

Come faccio a sapere se il mio insegnante è adatto?

Un criterio pratico vale più di molte impressioni: dopo la lezione sai che cosa esercitare fino alla volta successiva, e in che modo. Se la risposta è no per quattro lezioni di fila, il problema non è la tua attenzione. Vale anche il rovescio: un insegnante che corregge molto nelle prime settimane sta facendo il suo lavoro, non ti sta scoraggiando.

Il tratto piatto torna anche dopo?

Sì, e diventa più lungo man mano che si sale. Al secondo anno un tratto fermo di sei settimane è normale e non spaventa più, perché a quel punto si è già visto che cosa lo segue. È la differenza principale tra chi ha superato il primo e chi si è fermato lì.

Si occupa di motivazione, obiettivi e cambiamento nei contesti di lavoro e di studio. Legge la letteratura scientifica e ne riporta anche i limiti. Ritiene che la maggior parte dei propositi fallisca per come sono formulati, non per mancanza di volontĂ .
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