Imparare o dimostrare, due modi di affrontare la stessa sfida

chess board pieces

Due persone frequentano lo stesso corso serale di statistica. Alla prima verifica prendono entrambe un risultato mediocre. La prima passa la settimana successiva a ricontrollare quali passaggi ha sbagliato e perché. La seconda smette di fare gli esercizi in aula, perché farli davanti agli altri significa mostrare di non saperli fare.

Non è una differenza di capacità e nemmeno di impegno. È una differenza in che cosa le due persone stanno cercando di ottenere: la prima vuole capire la materia, la seconda vuole risultare competente. Sono due obiettivi diversi, attivati dalla stessa situazione, e producono comportamenti opposti davanti allo stesso errore.

Quello che segue mette a confronto i due orientamenti su tre terreni concreti: che cosa succede davanti a un errore, che cosa succede dopo un risultato deludente e quando conviene passare dall’uno all’altro. Con una precisazione che di solito manca: non è una distinzione tra un modo giusto e uno sbagliato di funzionare.

I due orientamenti a confronto

Blocchi di partenza appoggiati sulle corsie rosse di una pista di atletica
Sport the library / BY-SA 3.0
  • Padronanza. Il criterio di successo è il miglioramento rispetto a se stessi. L’errore è informazione.
  • Prestazione. Il criterio è il confronto con gli altri o con uno standard. L’errore è un dato sulla propria posizione.
  • Seconda dimensione. Ciascuno dei due si presenta in versione di avvicinamento o di evitamento, e questa è la variabile che pesa di più.
  • Effetto principale. Sulla persistenza dopo una difficoltà, non sul risultato immediato.
  • Non è un tratto fisso. Cambia per materia, per contesto e per come il compito è stato presentato.

Obiettivi di padronanza e obiettivi di prestazione: la distinzione di base

Gli obiettivi di padronanza definiscono il successo come acquisizione di una competenza: ho capito come funziona, so farlo meglio di prima. Il metro è interno e temporale, cioè se stessi un mese fa.

Gli obiettivi di prestazione definiscono il successo come dimostrazione di competenza: sono risultato all’altezza, non ho sfigurato, ho superato la soglia. Il metro è esterno, e può essere il gruppo, un voto, una classifica o l’aspettativa di qualcuno.

Una precisazione utile: non riguardano che cosa si vuole ottenere alla fine, riguardano che cosa si sta cercando in quel momento. Due persone possono volere entrambe la stessa promozione e affrontare la stessa riunione con orientamenti diversi. La prima cerca di capire come funziona quel tipo di negoziazione, la seconda cerca di non fare brutta figura davanti al direttore. Nel corso della stessa mattinata, la stessa persona può passare dall’uno all’altro più volte.

La stessa attività, due domande diverse in testa

La differenza si riconosce dalla domanda che una persona si sta ponendo mentre lavora, e quella domanda si può ascoltare.

Sotto un orientamento alla padronanza le domande suonano così: come funziona questa cosa, dove mi sono bloccato, che cosa mi manca, come lo verifico. Sono domande rivolte al compito.

Sotto un orientamento alla prestazione suonano diversamente: sto andando bene, come sono messo rispetto agli altri, che cosa penseranno se sbaglio, riuscirò a finire in tempo. Sono domande rivolte alla propria posizione, e occupano attenzione che il compito non riceve.

C’è un modo pratico di verificarlo su di sé, e richiede pochi giorni. Alla fine di un’attività impegnativa si scrive la prima frase che viene in mente, senza correggerla. Se contiene un confronto, un voto o un’ipotesi su che cosa penseranno gli altri, l’orientamento in gioco era quello alla prestazione. Se descrive un passaggio del lavoro, era l’altro. Ripetuto per una settimana, l’esercizio restituisce una proporzione che nessuna riflessione a posteriori riesce a ricostruire con la stessa precisione.

Questa è la ragione principale per cui l’orientamento alla prestazione, quando è molto acceso, produce risultati peggiori proprio nelle situazioni difficili: una parte delle risorse è impegnata a monitorare come si sta apparendo. È lo stesso meccanismo che rende riconoscibile la sindrome dell’impostore, dove il monitoraggio di sé diventa continuo.

Che cosa succede davanti a un errore

Situazione Orientamento alla padronanza Orientamento alla prestazione
Esercizio sbagliato Si guarda dove si è rotto il ragionamento Si guarda quanti ne hanno sbagliati gli altri
Correzione ricevuta Informazione da usare Valutazione da assorbire o da respingere
Compito difficile a scelta Si sceglie quello difficile Si sceglie quello in cui si è già bravi
Aiuto disponibile Si chiede presto Si chiede tardi o non si chiede
Errore in pubblico Costo contenuto Costo alto, tende a produrre evitamento

La riga sull’aiuto è quella con le conseguenze pratiche più grandi. Chi sta dimostrando competenza vive la richiesta di aiuto come un’ammissione, e quindi la rimanda fino a quando la situazione è già compromessa. Nei contesti di lavoro è uno dei modi più comuni in cui un problema piccolo diventa grande.

La persistenza dopo un risultato deludente

È il terreno su cui la distinzione produce l’effetto più netto, e anche quello meglio documentato nella ricerca sulla motivazione scolastica.

Con un orientamento alla padronanza, un risultato deludente è un dato sul percorso. La spiegazione tipica riguarda qualcosa di modificabile: non avevo capito quel passaggio, ho studiato nel modo sbagliato, mi mancava esercizio. Da una spiegazione modificabile segue quasi sempre un’azione.

Con un orientamento alla prestazione, lo stesso risultato è un’informazione sulla propria posizione, e la spiegazione tipica riguarda qualcosa di stabile: non sono portato, gli altri sono più bravi. Da lì non segue nessuna azione, e in molti casi segue una riduzione dell’impegno, che ha una funzione precisa: se non ci provi davvero, un risultato scarso non dice niente su di te.

È il meccanismo che sta sotto a molte forme di rinvio, e collega questo tema a un’altra questione già nota a chi si occupa di cause psicologiche della procrastinazione. Non tutto il rinvio è evitamento della prestazione, ma una parte consistente lo è, e si riconosce perché riguarda selettivamente le cose in cui si teme di risultare inadeguati.

Avvicinamento ed evitamento: la seconda dimensione

La distinzione a due categorie è la versione semplificata, ed è insufficiente. La ricerca ha aggiunto una seconda dimensione che nella pratica pesa più della prima: se l’obiettivo è formulato come qualcosa da raggiungere o come qualcosa da non far accadere.

Ne risultano quattro combinazioni. Padronanza di avvicinamento: voglio imparare a farlo bene. Padronanza di evitamento: non voglio perdere quello che so già fare, tipica di chi ha raggiunto un buon livello e teme il declino. Prestazione di avvicinamento: voglio risultare tra i migliori. Prestazione di evitamento: non voglio fare brutta figura.

L’ultima è quella con gli effetti più costosi, e nella maggior parte degli studi è la configurazione associata ai risultati peggiori. Chi è mosso dall’evitamento restringe il campo: sceglie compiti sotto le proprie possibilità, evita le situazioni con esito visibile e sviluppa un rapporto teso con qualunque valutazione.

La prestazione di avvicinamento, invece, non è affatto sfavorevole. In contesti competitivi e con obiettivi chiari produce risultati buoni, e presentarla come un difetto è una semplificazione che circola parecchio ma non regge al confronto con i dati.

Quando l’orientamento alla prestazione è la scelta giusta

Ci sono situazioni in cui pensare al risultato invece che all’apprendimento è semplicemente corretto, e insistere sulla padronanza è controproducente.

La prima è la prova a data fissa e a esito binario: un concorso, un esame di abilitazione, una selezione. Nelle settimane finali il compito non è capire meglio la materia, è massimizzare la probabilità di superare la soglia, e le due cose richiedono strategie di studio diverse.

La seconda è l’esecuzione di qualcosa che si sa già fare, sotto pressione. Un intervento pubblico, una gara, una consegna: lì l’attenzione va sull’esecuzione, e mettersi a esplorare varianti nuove peggiora il risultato.

La terza è il contesto esplicitamente comparativo, dove fingere che il confronto non esista non serve a nessuno. Il criterio pratico è la fase: si impara con la padronanza e si esegue con la prestazione, e i problemi nascono quando si scambiano le due fasi. Chi studia per un anno pensando ogni giorno al voto finale impara meno; chi il giorno della prova continua a esplorare rende meno.

Il passaggio da una fase all’altra conviene renderlo esplicito, perché non avviene da solo. Una data segnata sul calendario a due o tre settimane dalla prova, oltre la quale non si aggiungono argomenti nuovi e si lavora solo su quello che c’è, è il modo più semplice per farlo. Chi non fissa quel confine tende a restare in modalità di apprendimento fino alla vigilia, che è il momento peggiore per scoprire quanta materia manca ancora.

Come si riconosce il proprio, in tre domande

Foglio di un compito scritto a mano con una penna appoggiata di traverso
N509FZ / BY-SA 4.0

Non serve un questionario. Tre domande, riferite a una situazione specifica e recente, restituiscono un’informazione sufficiente.

Prima. Quando hai finito, che cosa hai controllato per primo: il tuo risultato in assoluto, o come è andata rispetto agli altri? È la domanda che discrimina meglio, perché riguarda un comportamento avvenuto e non un’intenzione dichiarata.

Seconda. Nell’ultimo mese hai scelto un compito perché era interessante anche se rischiavi di non riuscirci, o hai scelto quello in cui eri sicuro? La scelta del livello di difficoltà è il segnale più affidabile in assoluto.

Terza. Quando hai chiesto aiuto, lo hai fatto all’inizio o quando la situazione era già compromessa? Il ritardo nella richiesta è quasi sempre un indicatore di prestazione di evitamento.

Le risposte cambiano da un ambito all’altro, e questa è la parte utile: quasi tutti hanno un ambito in cui funzionano per padronanza e un altro in cui il timore del giudizio prende il sopravvento. Il confronto tra i due dice più cose di qualsiasi etichetta complessiva su di sé.

Spostare l’orientamento: che cosa si può cambiare e che cosa no

La disposizione personale si sposta poco e lentamente. Quello che si modifica in tempi brevi è il contesto, che influisce sull’orientamento attivo molto più di quanto si creda.

Tre leve funzionano. La prima è il criterio con cui si misura: sostituire il confronto con gli altri con un confronto temporale con se stessi cambia l’orientamento attivo nel giro di poche settimane, e richiede solo di registrare qualcosa. La seconda è il modo in cui viene presentato un compito: un lavoro introdotto come occasione per imparare una procedura attiva risposte diverse dallo stesso lavoro introdotto come prova.

La terza è il trattamento dell’errore nel gruppo. In una squadra, in una classe o in un ufficio dove gli errori vengono discussi apertamente e senza costi personali, l’orientamento alla padronanza cresce anche in chi non ce l’ha come disposizione. Dove l’errore costa in termini di reputazione, succede il contrario, indipendentemente dalle intenzioni dichiarate.

Su che cosa sia realistico aspettarsi da un cambiamento del genere conviene essere sobri. Non si trasforma una persona: si sposta la probabilità che in una data situazione compaia una risposta invece di un’altra. Chi cerca una conversione completa trova in circolazione molte promesse su questo terreno, e vale la pena guardare con attenzione che cosa significhi davvero una mentalità di crescita prima di adottarne il vocabolario.

I limiti di questa distinzione, detti chiaramente

Il primo limite è la misura. La maggior parte degli studi in quest’area si basa su questionari autocompilati, in cui le persone dichiarano che cosa cercano. È una fonte utile e imperfetta, perché la descrizione che una persona dà delle proprie motivazioni non coincide sempre con ciò che la guida.

Il secondo riguarda la stabilità dei risultati. La relazione tra orientamento alla padronanza e risultati oggettivi è meno forte di quanto suggerisca la divulgazione: quello che emerge con più costanza riguarda la persistenza, la scelta della difficoltà e il rapporto con l’errore, non il rendimento in sé. Anche qui vale una cautela generale: alcuni risultati storici in psicologia della motivazione hanno mostrato dimensioni più modeste quando sono stati ripetuti, e su questo la letteratura internazionale, a partire dalle pubblicazioni dell’associazione statunitense di psicologia, è più prudente della manualistica.

Il terzo limite è culturale. Buona parte della ricerca proviene da contesti scolastici e lavorativi anglosassoni, e il significato del confronto con gli altri non è identico in tutti i contesti. Trasferire le conclusioni senza aggiustamenti è un’operazione che va fatta con qualche prudenza.

Quello che resta, e che regge, è una distinzione utile a leggere il proprio comportamento in una settimana difficile: se stai evitando il compito impegnativo, se hai smesso di chiedere, se hai controllato per prima cosa come sono andati gli altri, sai quale delle due domande hai in testa. È già abbastanza per decidere se conviene cambiarla.

Domande frequenti

Un orientamento alla prestazione è sempre un problema?

No, ed è la semplificazione più diffusa. Nella versione di avvicinamento è associato a buoni risultati in contesti competitivi, e in alcune situazioni è la disposizione adeguata. Il costo si concentra nella versione di evitamento, cioè quando l’obiettivo è non fare brutta figura invece di riuscire.

Come faccio a favorire la padronanza in mio figlio?

Più dal commento che dai principi. Chiedere che cosa ha capito e dove si è bloccato, invece di chiedere il voto e quanto hanno preso i compagni, sposta il criterio di successo. Vale anche il rovescio: commentare i risultati altrui davanti a lui rende molto meno efficace qualunque discorso sull’importanza di imparare.

E in un contesto di lavoro dove tutto è misurato?

Il confronto esterno esiste e negarlo non aiuta. Quello che si può fare è aggiungere un metro interno accanto a quello aziendale, cioè tenere traccia di ciò che si sa fare adesso e non sei mesi fa. Chi ha solo il metro esterno dipende da variabili che non controlla, e nei periodi negativi resta senza appigli.

Si può cambiare orientamento a quarant’anni?

Si può modificare l’orientamento attivo in un ambito specifico, ed è già molto. La disposizione generale è più stabile e cambia poco. Il modo realistico di procedere è per ambiti: scegliere una cosa, cambiare il criterio con cui la si misura, e osservare che cosa succede alla persistenza nell’arco di qualche mese.

Che cosa c’entra il perfezionismo?

Si sovrappone in parte alla prestazione di evitamento, ma non coincide. Il perfezionismo riguarda lo standard applicato al risultato, l’orientamento riguarda il motivo per cui lo si persegue. Una persona può avere standard molto alti e un orientamento alla padronanza, e in quel caso il costo è diverso e in genere minore.

Serve dichiarare l’obiettivo per iscritto?

Aiuta soprattutto perché costringe a formularlo, e nella formulazione si vede quale dei due orientamenti è in gioco. Un obiettivo scritto come «non voglio arrivare ultimo» è un’informazione su di sé, prima ancora che un obiettivo. Riscriverlo in forma di avvicinamento, con un criterio verificabile, cambia poco sulla carta e parecchio su come si affronta il primo ostacolo.

Si occupa di motivazione, obiettivi e cambiamento nei contesti di lavoro e di studio. Legge la letteratura scientifica e ne riporta anche i limiti. Ritiene che la maggior parte dei propositi fallisca per come sono formulati, non per mancanza di volontà.
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