La formula se-allora regge dove i buoni propositi cedono

running shoes by door

Due persone, la stessa intenzione, esiti diversi. La prima ha deciso a settembre di riprendere a camminare e lo ripete con convinzione ogni volta che se ne parla. La seconda ha scritto una frase su un foglietto attaccato alla porta: «Se ho appena finito di cenare ed è un giorno feriale, allora prendo le scarpe e faccio il giro dell’isolato». A novembre la seconda cammina, la prima no.

La differenza non sta nella motivazione, che nel primo caso era anche più alta. Sta nel fatto che una delle due frasi contiene un momento preciso in cui deve succedere qualcosa, e l’altra no. Questo è il punto attorno a cui ruota una delle linee di ricerca più studiate sull’autoregolazione degli ultimi trent’anni.

Quello che segue riguarda la struttura di quella frase, quale delle sue due metà viene sbagliata più spesso, che cosa mostrano gli studi e con quanta cautela vanno letti, in quali situazioni non è sufficiente, e come si riscrivono tre propositi propri nella forma condizionale.

La formula, ridotta all’osso

  • Struttura. «Se accade la situazione X, allora faccio Y.» Due metà, entrambe obbligatorie.
  • A che cosa serve. Non ad aumentare la voglia, ma a togliere la decisione dal momento in cui va agita.
  • Condizione preliminare. L’obiettivo deve interessare davvero. Su un obiettivo tiepido la formula non produce nulla.
  • Dove rende di più. Comportamenti da avviare e occasioni singole con una scadenza.
  • Dove rende meno. Abitudini radicate da anni e obiettivi che dipendono da altre persone.

Che cosa sono le intenzioni di attuazione

Le intenzioni di attuazione sono piani in forma condizionale che collegano una situazione riconoscibile a un comportamento specifico. La distinzione da cui nascono, proposta negli anni Novanta dallo psicologo Peter Gollwitzer, separa due cose che nel linguaggio comune vengono confuse: l’intenzione di raggiungere un risultato e il piano su quando e come agire.

«Voglio mangiare meglio» è un’intenzione di risultato. Dice la direzione e non dice nient’altro. «Se al bar mi chiedono che cosa prendo a metà mattina, allora ordino uno yogurt» è un’intenzione di attuazione: contiene un momento della giornata che si presenterà comunque e un’azione già scelta.

Il meccanismo proposto è meno romantico di quanto suggerisca il titolo di molti articoli divulgativi. Specificando in anticipo la situazione, si rende quella situazione più facile da notare quando arriva; e avendo già deciso la risposta, l’azione parte con meno passaggi deliberativi. La decisione viene spostata da un momento in cui si è stanchi, di fretta o distratti a un momento in cui si è seduti a un tavolo con un foglio davanti.

È utile tenere separate le due frasi anche quando si scrivono, perché servono a cose diverse. L’intenzione di risultato risponde alla domanda sul perché e va tenuta; l’intenzione di attuazione risponde alla domanda su quando, ed è quella che manca quasi sempre.

Il proposito dice il che cosa, la formula dice il quando

Quasi tutti i propositi che le persone si danno sono completi sul contenuto e vuoti sul momento. «Studiare di più», «chiamare più spesso i miei», «rispondere alle mail arretrate» descrivono con precisione che cosa si vuole ottenere e lasciano al futuro la scelta dell’istante.

Il problema è che quella scelta ricade sempre in un momento sfavorevole. Alle sette di sera, dopo una giornata piena, la decisione di aprire la casella arretrata compete con la stanchezza e con tutto il resto, e quasi mai vince. Non perché la persona sia debole, ma perché le si sta chiedendo di deliberare nel momento in cui deliberare costa di più.

La formula condizionale interviene esattamente lì. Non aumenta la voglia, che resta quella di prima, ma toglie il passaggio deliberativo dal momento peggiore. Le persone che la usano descrivono spesso una sensazione precisa: non di maggiore determinazione, ma di aver semplicemente cominciato senza accorgersene.

Le due metà della frase, e quella che si sbaglia di più

La parte «allora» viene scritta bene quasi da tutti: è l’azione, ed è la cosa a cui si stava già pensando. La parte «se» è quella che decide se la formula funziona, ed è quella che viene trattata come un dettaglio.

Un buon segnale ha tre caratteristiche. È concreto, cioè corrisponde a qualcosa che accade nel mondo e non a uno stato interno: «quando ho tempo» e «quando mi sento pronto» non sono segnali. È inevitabile, cioè si presenta comunque, senza che serva ricordarsene. Ed è riconoscibile nel momento in cui accade, il che esclude le condizioni composte da tre clausole.

I segnali che funzionano meglio sono quasi sempre già presenti nella giornata: un orario associato a un luogo, la fine di un’azione ricorrente, l’arrivo in un posto. «Se ho appena messo la tazza nella lavastoviglie» è migliore di «se ho voglia di leggere», perché la tazza nella lavastoviglie succede tutte le sere e la voglia di leggere no.

C’è un errore ricorrente che vale la pena nominare: mettere nel «se» una condizione che dipende dall’esito. «Se riesco a finire prima delle sei, allora vado a correre» sembra un piano e in realtà è una scommessa, perché la condizione è proprio la cosa incerta. Le formule di questo tipo non producono comportamento, producono una spiegazione già pronta per non averlo prodotto.

Che cosa mostrano gli studi, e con quali cautele

La letteratura su questo tema è ampia e copre contesti diversi: partecipazione a controlli sanitari programmati, attività fisica, comportamenti alimentari, avvio dello studio, adesione a procedure. Le sintesi che hanno messo insieme molti lavori descrivono un effetto medio, presente e non spettacolare, con differenze notevoli tra un ambito e l’altro.

Alcune regolarità sono abbastanza stabili da essere utilizzabili. L’effetto è più consistente sui comportamenti da avviare che su quelli da interrompere. È più visibile nelle situazioni che si presentano poche volte e con una scadenza, come una prenotazione o una pratica, che nelle attività quotidiane. E dipende dal fatto che l’obiettivo interessi davvero: su un obiettivo tiepido i piani non producono differenze rilevabili.

Vanno però messe due cautele, e chi divulga questo argomento le omette quasi sempre. La prima riguarda l’entità: parlare di effetto medio significa che molte persone non cambiano comportamento, non che chiunque scriva una frase condizionale otterrà un risultato. La seconda è più generale e riguarda tutta la psicologia degli ultimi quindici anni: parte degli effetti pubblicati in passato è stata ridimensionata da studi di replica, e la prudenza sulla dimensione dei risultati è oggi una posizione di buon senso più che uno scetticismo di principio. Chi vuole risalire ai lavori originali trova i riferimenti nel repertorio della principale associazione di psicologia statunitense.

I contesti in cui la formula non basta

Il primo limite riguarda le abitudini consolidate. Un comportamento ripetuto per anni nello stesso contesto parte da solo appena il contesto si presenta, e una frase scritta su un foglio compete male con una risposta che non passa più dalla decisione. In questi casi la leva efficace è spesso ambientale: cambiare il contesto, spostare l’oggetto, modificare il percorso.

Il secondo limite riguarda gli obiettivi che dipendono da altri. «Se sono le nove di sera, allora parlo con lui del trasferimento» pianifica correttamente la propria parte e non ha alcun controllo sulla seconda metà della scena. La formula resta utile per avviare, non per determinare l’esito.

Il terzo limite è il più importante e va detto con chiarezza. Quando la difficoltà a fare le cose non è organizzativa, ma riguarda un calo persistente dell’energia, del sonno o dell’interesse per attività che prima davano soddisfazione, il problema non è la formulazione dei propositi. Riscrivere l’obiettivo in forma condizionale, in quelle condizioni, aggiunge soltanto un altro criterio su cui sentirsi inadeguati. La strada utile è parlarne con il medico di base o con uno psicologo, e non è un passaggio da rimandare finché non si è provato abbastanza da soli.

Riscrivere tre obiettivi in forma condizionale

Schede di cartoncino sparse su una scrivania accanto a una penna e a un quaderno

L’esercizio richiede venti minuti e si fa una volta sola, su tre obiettivi e non su dieci. Serve un foglio, perché la formula tenuta a mente perde la parte «se» nel giro di due giorni.

  1. Scrivi i tre obiettivi come li diresti a voce. Nella forma spontanea, anche vaga. Restano lì come termine di paragone.
  2. Per ciascuno, individua l’azione minima. Non il risultato: il primo gesto concreto. Non «rimettermi in forma», ma «uscire di casa con le scarpe da ginnastica».
  3. Cerca il segnale nella giornata che hai già. Scorri una giornata tipo e trova un momento che accade comunque e che precede l’azione minima. Il segnale non si inventa, si trova.
  4. Scrivi la frase completa. «Se accade X, allora faccio Y», con la situazione al primo posto. L’ordine conta: mettere l’azione davanti riporta la frase alla forma del proposito generico.
  5. Verifica il segnale su tre giorni reali. Solo osservando, senza agire. Se in tre giorni la situazione non si è presentata, il segnale è sbagliato e va sostituito prima di cominciare.
  6. Prevedi l’ostacolo più probabile. Una seconda frase per il caso più frequente: «Se piove, allora faccio venti minuti di scale». Una sola, non un elenco di eccezioni.
  7. Metti la frase dove si presenta il segnale. Sulla porta, sullo schermo del telefono, dentro l’armadietto. Un piano conservato in un quaderno chiuso è un piano che nel momento utile non c’è.

Chi tiene un diario può usarlo per annotare, una riga a settimana, se la situazione si è presentata e che cosa è successo dopo, un impiego che rientra tra quelli che nella pratica del journaling con basi di ricerca hanno più senso della scrittura libera quotidiana.

La variante per smettere, e perché è più fragile

Lista della spesa scritta a mano su un foglio appoggiato al piano di una cucina

Quando l’obiettivo è ridurre o eliminare un comportamento, la struttura resta identica e la parte «allora» richiede più attenzione. Le tre forme possibili non sono equivalenti.

Forma Esempio Osservazioni
Sostituzione Se mi offrono il dolce, allora chiedo un caffè La più solida: c’è sempre un’azione da fare
Cambio di contesto Se sono le 22, allora lascio il telefono in cucina Agisce sull’ambiente, regge anche da stanchi
Negazione Se arriva la notifica, allora non la guardo La più fragile: richiede di trattenersi ogni volta

La differenza pratica è che le prime due forme lasciano qualcosa da fare, mentre la terza lascia soltanto qualcosa da non fare. Le formulazioni che indicano un’azione alternativa risultano in genere più robuste di quelle costruite sul divieto, e la ragione è intuitiva: trattenersi consuma risorse a ogni occasione, sostituire no.

Vale anche qui il principio della quantità. Una formula di sostituzione per il comportamento che costa di più produce più risultati di cinque divieti scritti insieme lo stesso pomeriggio.

Quante formule si tengono insieme

La tentazione, dopo aver capito il meccanismo, è scrivere un piano condizionale per ogni area della propria vita. È la mossa che porta più in fretta all’abbandono di tutto l’impianto.

Il motivo è che ogni formula richiede di riconoscere un segnale nel momento in cui accade, e i segnali disponibili nella giornata sono pochi. Con otto piani attivi, la sera del terzo giorno non se ne ricorda nessuno, ed è una perdita netta rispetto ad averne uno solo funzionante.

Due o tre alla volta è la quantità che nella pratica regge, meglio se distribuiti su fasce orarie diverse. Se ne aggiunge un altro quando uno dei precedenti è diventato una cosa che si fa senza consultare il foglio, e non prima. Vale la pena notare che la lettura della propria capacità di migliorare influenza quanto si insiste dopo un intoppo, un aspetto che la ricerca sulla mentalità di crescita ha discusso a lungo, anche con risultati più contenuti di quelli circolati nella divulgazione.

Che cosa fare quando la formula salta

Salterà, e la reazione più comune è la peggiore: riscriverla più severa. Un piano fallito e reso più esigente fallisce di nuovo, con l’aggiunta di una conferma personale che non serve a niente.

La domanda produttiva riguarda quale delle due metà si è rotta. Se la situazione si è presentata e l’azione non è partita, il problema è nella parte «allora»: l’azione è troppo grande, e va ridotta finché diventa quasi ridicola. Se invece la situazione non si è nemmeno presentata, la parte «allora» è irrilevante e va cambiato il segnale.

C’è un terzo caso, meno frequente e più interessante: la formula funziona e l’azione viene fatta, ma non produce nessun effetto sull’obiettivo. In quel caso il problema non sta nel piano, sta nel collegamento tra l’azione minima e il risultato che si voleva, e va rivisto quello. Le gerarchie di bisogni come quella descritta nella piramide di Maslow rivista vengono spesso usate per questa lettura, con il limite che sono descrizioni ordinate a posteriori e non strumenti diagnostici.

Chi tiene per qualche mese due o tre di queste frasi ottiene, oltre ai comportamenti, una cosa meno visibile: un archivio di quali segnali nella propria giornata reggono e quali no. È un’informazione che nessun metodo generale può fornire, perché dipende da come è fatta una settimana specifica.

Domande frequenti

Le formule vanno scritte o basta pensarle?

Scritte, almeno all’inizio. La versione mentale conserva l’azione e perde la situazione nel giro di pochi giorni, tornando alla forma del proposito generico. Non serve un supporto particolare: un foglietto collocato dove il segnale si presenta funziona meglio di qualunque applicazione, perché è visibile nel momento giusto.

Ogni quanto vanno riviste?

Una verifica ogni due settimane è sufficiente, e va fatta su un criterio solo: la situazione si è presentata e che cosa è successo dopo. Rivedere ogni giorno trasforma il piano in un oggetto di riflessione continua, che è esattamente il carico che la formula doveva togliere.

Funziona anche per obiettivi lunghi, di mesi?

Non direttamente. Un obiettivo di mesi va spezzato fino a trovare un’azione ripetibile che accade in una settimana, e la formula si scrive su quella. Applicata al traguardo finale, la struttura condizionale non ha alcun segnale a cui agganciarsi e resta una frase ben costruita senza effetti.

Che differenza c’è rispetto a un promemoria sul telefono?

Il promemoria fornisce il segnale dall’esterno e non prepara la risposta, quindi al momento della notifica la decisione è ancora tutta da prendere. Sono strumenti che si combinano bene: la notifica come segnale e la formula già scritta come contenuto della risposta.

Serve dirlo agli altri?

Dipende da che cosa si cerca. Per la formula in sé non cambia niente, perché il meccanismo è interno. Cambia qualcosa quando la presenza di un’altra persona è essa stessa parte del piano, per esempio quando la seconda metà della frase prevede di incontrare qualcuno a un’ora fissata.

Se un piano funziona, si può togliere il foglio?

Sì, ed è il segnale che il comportamento si sta consolidando. Conviene però farlo in una settimana ordinaria e non subito prima di un periodo anomalo, come una trasferta o le vacanze, perché i comportamenti recenti reggono male i cambi di contesto e il foglio è utile proprio in quelle settimane.

Si occupa di motivazione, obiettivi e cambiamento nei contesti di lavoro e di studio. Legge la letteratura scientifica e ne riporta anche i limiti. Ritiene che la maggior parte dei propositi fallisca per come sono formulati, non per mancanza di volontà.
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