Scrivi l’elenco delle persone a cui puoi chiedere aiuto

Foglio di carta con un elenco scritto a mano e una penna appoggiata accanto

«Non ho nessuno.» È una frase che nei colloqui arriva presto, detta con una certezza che non ammette repliche. Quando chiedo di essere concreti, però, la certezza si incrina in fretta: chi ti accompagnerebbe al pronto soccorso alle tre di notte, a chi chiederesti duecento euro senza spiegare perché, chi ha le chiavi di casa tua, con chi hai parlato dell’ultima cosa di cui ti vergognavi.

A quel punto quasi sempre escono dei nomi. Non tanti, e quasi mai gli stessi per ogni domanda. Quello che era stato riassunto in una frase assoluta si rivela, guardato da vicino, un vuoto molto specifico in una zona precisa, esteso per abitudine a tutto il resto.

L’esercizio che segue serve a fare quel passaggio da soli, con carta e penna, in circa quaranta minuti. Non produce nuove amicizie e non promette niente sul lungo periodo: produce un elenco leggibile di risorse già esistenti e una mappa dei punti realmente scoperti, che è un’informazione diversa dalla sensazione di essere soli.

L’esercizio in sintesi

  • Durata. Quaranta minuti la prima volta, dieci per gli aggiornamenti successivi.
  • Materiale. Un foglio diviso in quattro riquadri e una penna. Non serve altro.
  • Criterio di inclusione. Una persona entra nel riquadro solo se le hai già chiesto quel tipo di cosa almeno una volta, oppure se sapresti come formulare la richiesta domani.
  • Che cosa si ottiene. Da otto a venti nomi, la distribuzione tra i quattro tipi di sostegno e uno o due riquadri chiaramente vuoti.
  • Da evitare. Trasformare la lista in una classifica di affetto, escludere qualcuno perché la relazione non è profonda, farla in un giorno storto.

Che cos’è davvero una rete di supporto sociale

Con rete di supporto sociale si intende l’insieme delle persone e dei servizi da cui una persona riceve, o potrebbe ricevere, un aiuto concreto in un momento di difficoltà. La definizione sembra ovvia e contiene due elementi che nella pratica vengono sistematicamente ignorati.

Il primo è che non coincide con gli affetti. Il vicino di pianerottolo che ritira i pacchi, la collega che sa come funziona l’ufficio del personale e il farmacista che conosce la tua terapia fanno parte della rete, anche se nessuno di loro comparirebbe in una lista di persone care. Quello che in sociologia viene chiamato legame debole ha una caratteristica utile: è numeroso, costa poco mantenerlo e apre porte che i legami stretti non raggiungono, perché i tuoi amici più vicini conoscono in gran parte le stesse cose che conosci tu.

Il secondo elemento è che la rete comprende anche i servizi. Il medico di base, lo sportello del comune, un professionista a pagamento, un’associazione: sono risorse che una persona può attivare, e considerarle fuori dal conto è una scelta che non ha giustificazioni pratiche. Una rete fatta solo di intimità è una rete piccola per definizione.

Quattro tipi di sostegno, che non si sovrappongono

La confusione più costosa consiste nel trattare il sostegno come una cosa sola. Non lo è, e le persone brave in un tipo sono spesso mediocri in un altro, per motivi che non hanno niente a che vedere con quanto tengono a te.

Tipo Che cosa fornisce Esempio di richiesta Chi di solito ci sta
Pratico Tempo, mani, mezzi, denaro «Puoi tenere i bambini giovedì?» Vicinato, familiari, colleghi vicini
Informativo Sapere come funziona una cosa «Chi hai chiamato quando è successo a te?» Legami deboli, professionisti, gruppi
Emotivo Ascolto senza soluzioni immediate «Ho bisogno di raccontartelo, non di consigli» Poche persone, spesso due o tre
Di appartenenza Compagnia regolare, contesto condiviso «Ci vediamo giovedì come sempre» Squadre, cori, colleghi, quartiere

La riga più fraintesa è la terza. Chiedere ascolto a qualcuno che risponde per natura con soluzioni non è chiedere male: è chiedere alla persona sbagliata. Una parte consistente delle delusioni relazionali nasce da questo disallineamento e non da un’assenza di affetto.

Perché la lista si scrive, invece di tenerla a mente

La versione mentale della propria rete è quasi sempre più povera di quella reale, e per un motivo preciso: quando si è in difficoltà si recupera più facilmente ciò che conferma lo stato in cui si è. Un periodo storto restituisce l’elenco delle persone che non ci sono state, non di quelle che ci sono.

La scrittura interrompe questo meccanismo perché costringe a passare da una valutazione complessiva a un conteggio. Un conteggio è verificabile e produce un numero che, nella grande maggioranza dei casi, non corrisponde alla frase iniziale.

C’è poi un effetto pratico. Nel momento in cui serve davvero un aiuto, la capacità di pensare a chi chiamare è ridotta proprio dalla situazione che rende necessario l’aiuto. Un foglio già scritto, o una nota sul telefono, toglie quel passaggio nel momento peggiore per compierlo. Chi ha già lavorato sulle proprie risorse di fronte alle difficoltà riconosce il principio: le decisioni si preparano prima, non durante.

I sette passaggi della mappatura

Rubrica telefonica di carta aperta su una pagina con numeri annotati a penna
Octavius Aurelius / CC BY-SA 4.0
  1. Disegna quattro riquadri. Uno per tipo di sostegno, con l’etichetta scritta. Un foglio A4 basta e conviene che sia di carta, perché va tenuto visibile.
  2. Parti dal pratico. È il più facile e mette in moto la memoria. Scrivi chi ti ha dato un passaggio, tenuto una chiave, prestato qualcosa negli ultimi due anni.
  3. Passa all’informativo. Qui non servono persone vicine: serve gente che sa. Chi conosce le pratiche del comune, chi ha già affrontato una separazione, chi lavora nel settore in cui stai cercando.
  4. Poi l’emotivo, senza forzare i numeri. Due o tre nomi sono un risultato normale, non un fallimento. Scrivi solo chi ha già ricevuto qualcosa di difficile senza restituirlo male.
  5. Chiudi con l’appartenenza. Non nomi singoli ma contesti ricorrenti: il corso del martedì, la squadra, il gruppo del quartiere, i colleghi del turno.
  6. Metti un segno accanto a chi hai coinvolto negli ultimi sei mesi. È l’informazione che distingue una rete attiva da un elenco di ricordi.
  7. Guarda i riquadri vuoti e fermati lì. Non riempirli forzando qualche nome. Il vuoto è il dato che serve, e nel prossimo passaggio si decide che cosa farne.

Chi si blocca al secondo riquadro può usare un aggancio più semplice: scorrere gli ultimi due mesi di chiamate e messaggi. Non è un criterio elegante, ma recupera decine di persone che la memoria in quel momento non restituisce.

Le persone che quasi nessuno scrive

Ci sono quattro categorie che vengono escluse quasi sempre, e insieme rappresentano una parte consistente della rete reale.

La prima sono le persone conosciute attraverso un’attività: chi frequenta lo stesso corso da due anni, i genitori della stessa classe, i compagni di allenamento. Vengono scartate perché non si è mai stati a cena insieme, criterio che non dice niente sulla disponibilità a dare una mano.

La seconda sono i familiari con cui il rapporto è complicato. Un cugino con cui non si parla di niente di personale può comunque essere la persona giusta per un trasloco. Selezionare per tipo di richiesta invece che per qualità del rapporto allarga la lista in modo notevole.

La terza sono le persone che hai aiutato tu. Chi ha ricevuto tende a considerarsi in debito molto più a lungo di quanto immagini chi ha dato, e viene escluso dalla lista proprio per il timore di sembrare esigente. Sul valore di quel movimento in entrambe le direzioni c’è poco da aggiungere: dare una mano agli altri costruisce anche il proprio appoggio.

La quarta sono i professionisti e i servizi. Un commercialista, un medico, un’assistente sociale, un’associazione di categoria: sono risorse con un ruolo definito, e usarle non richiede di chiedere un favore a nessuno.

Leggere i vuoti senza farne un verdetto

Il momento più delicato è quello in cui si guarda il foglio finito. La tentazione è leggerlo come una pagella sulla propria vita relazionale, e in un periodo difficile quella lettura arriva da sola.

Conviene sostituirla con tre domande più utili. Il vuoto riguarda un tipo di sostegno o tutti? Riguarda questo momento o è così da anni? È un vuoto di persone o di richieste, cioè le persone ci sono ma non è mai stato chiesto niente?

La terza domanda è quella che cambia più spesso l’esito. Molte reti risultano vuote nel riquadro emotivo non perché manchi qualcuno disposto ad ascoltare, ma perché non è mai stato tentato. Sono due situazioni con soluzioni completamente diverse, e distinguerle vale l’intero esercizio.

Un ultimo criterio riguarda i trasferimenti recenti. Chi ha cambiato città, lavoro o stato civile nell’ultimo anno trova quasi sempre riquadri poveri, e sta osservando un effetto del cambiamento, non una caratteristica di sé.

Che cosa si fa con una casella vuota

Le mosse possibili sono tre e nessuna richiede di conoscere gente nuova, il che è la ragione per cui questo esercizio funziona anche per chi non ha né tempo né voglia di ampliare la propria vita sociale.

La prima è chiedere a chi c’è già una cosa di tipo diverso. Se il riquadro informativo è vuoto e quello pratico è pieno, si prova a chiedere un’informazione a qualcuno che finora è stato coinvolto solo per un passaggio in auto. Nella maggior parte dei casi la risposta è positiva e il riquadro si popola senza aggiungere nessuno.

La seconda è allargare da un contesto esistente. Il corso che frequenti da due anni contiene già persone con cui hai una regolarità: passare da una regolarità a uno scambio richiede una sola domanda in più, e il contesto fa metà del lavoro.

La terza è sostituire con un servizio. Alcuni vuoti non si colmano con la buona volontà e vanno affidati a chi lo fa di mestiere: un professionista per il sostegno psicologico, un patronato per le pratiche, un servizio comunale per l’assistenza. Usare un servizio non è un ripiego rispetto a una rete personale, è la parte della rete che funziona per competenza invece che per disponibilità.

Una rete usata solo nelle emergenze non regge

Tre persone sedute su una panchina di un parco in una giornata di sole

Il difetto più comune non è avere pochi nomi: è attivarli soltanto quando la situazione è già grave. Una richiesta che arriva dopo due anni di silenzio è più difficile da fare e più difficile da ricevere, e chi la formula lo sa, il che rende ancora meno probabile che la formuli.

La manutenzione costa molto meno di quanto sembri e non richiede incontri. Un messaggio ogni tanto che non chiede niente, una domanda su una cosa che l’altro sta attraversando, un ringraziamento a distanza di settimane per un aiuto ricevuto: sono gesti di pochi minuti che tengono aperto un canale.

Vale anche il rovescio, ed è la parte che quasi nessuno considera. Rendersi disponibili in modo esplicito, dicendo per che cosa si è disponibili, autorizza gli altri a chiedere e rende reciproco uno scambio che altrimenti resta a senso unico. Le reti che tengono nel tempo sono quelle in cui l’aiuto circola in entrambe le direzioni e in dosi piccole, non quelle costruite su un grande favore fatto una volta. La qualità dei legami che condividiamo pesa qui più della quantità.

Quando la rete non basta, e serve un altro tipo di sostegno

Questo esercizio ha un limite netto e conviene dichiararlo. Serve a orientarsi tra risorse ordinarie in un periodo difficile. Non è uno strumento clinico, non misura niente e non sostituisce la valutazione di un professionista.

  • Isolamento che dura da mesi, con progressiva rinuncia a contatti che prima esistevano.
  • Umore basso persistente, perdita di interesse, difficoltà di sonno o di appetito che non si spiegano con un evento recente.
  • Pensieri di farsi del male, in qualunque forma e intensità.
  • Consumo di alcol o di altre sostanze che aumenta nei periodi in cui ci si sente soli.
  • Una rete che esiste ma che risulta impossibile da attivare, anche quando la situazione lo richiederebbe chiaramente.

Il primo passo più semplice resta il medico di base, che conosce i percorsi disponibili sul territorio e può indirizzare a chi di competenza. In presenza di pensieri di farsi del male il confronto va cercato subito, senza aspettare che passi. L’ultimo punto dell’elenco, in particolare, è quello che si presta meno a essere affrontato da soli, perché riguarda un funzionamento che si ripete e che raramente si modifica con la sola consapevolezza.

Per tutto il resto il foglio con i quattro riquadri resta appeso da qualche parte e si aggiorna due volte l’anno. Il suo effetto misurabile è modesto e reale: nel momento in cui serve chiedere qualcosa, la domanda «a chi» ha già una risposta scritta.

Domande frequenti

Quante persone dovrebbe contenere una rete adeguata?

Non esiste un numero corretto e diffidare di chi lo indica è una buona regola. Conta di più la distribuzione tra i quattro tipi: dieci nomi ben distribuiti reggono meglio di venticinque concentrati in un riquadro solo. Se un tipo di sostegno dipende da una persona sola, quello è il punto fragile, indipendentemente dal totale.

Il partner può stare in tutti e quattro i riquadri?

Può, e succede spesso. È anche la configurazione più esposta, perché nei periodi in cui la coppia attraversa una difficoltà tutti i tipi di sostegno si interrompono insieme. Non è un problema da correggere con urgenza, è un’informazione da tenere presente quando si decide dove investire un po’ di tempo.

E se scrivendo la lista mi rendo conto che è più povera di quanto pensassi?

È un esito frequente e va tenuto per quello che è: un dato su un momento, non una condanna. Le reti si impoveriscono dopo un trasloco, una separazione, un periodo di lavoro molto intenso o la nascita di un figlio, e si ricostruiscono con tempi lunghi. Se la sensazione che accompagna la lettura è pesante e resta per settimane, quella sensazione è la cosa da portare a un professionista, non la lista.

Vale anche per chi vive in un piccolo centro?

Sì, e cambia soprattutto il riquadro dell’appartenenza, che nei centri piccoli è in genere più popolato e in quelli grandi più povero. La differenza opposta riguarda l’informativo, dove una città offre più canali. Il metodo resta identico, cambia da quale riquadro conviene partire.

Devo dire alle persone che le ho messe nella lista?

No, non serve a niente e mette in imbarazzo. La lista è uno strumento privato. L’unica cosa che conviene rendere esplicita è la propria disponibilità, che si comunica una volta e con una frase semplice, senza riferimenti a nessun esercizio.

Ogni quanto si rifà?

Due volte l’anno è sufficiente, e in ogni caso dopo un cambiamento importante. La seconda volta richiede dieci minuti perché la struttura esiste già, e la parte interessante diventa il confronto: quali nomi sono usciti, quali sono entrati, quale riquadro si è mosso.

Lavora con adulti su stress, sonno e periodi di cambiamento. Scrive di ciò che la ricerca sostiene e di ciò che invece circola come luogo comune. Non promette soluzioni rapide e diffida di chi lo fa.
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