Terapia dell’Attaccamento negli Adulti: Cosa Aspettarsi

Stefano e Giulia sono insieme da nove anni e da tre vivono una crisi ricorrente: lui si chiude dopo i conflitti, lei lo insegue per ottenere chiarimenti immediati, lui si chiude ancora di più. Si amano, si sono detti che non vogliono lasciarsi, ma non sanno uscire dal loop. Quando hanno iniziato un percorso di terapia di coppia, la prima cosa che abbiamo fatto insieme non è stata cercare “di chi è la colpa”, ma capire cosa succede nel corpo e nella mente di ciascuno dei due nel momento esatto in cui il conflitto si accende.

È una domanda che apparentemente sposta l’attenzione dal problema concreto — chi ha dimenticato cosa, chi ha detto cosa — verso qualcosa di più profondo: il modo in cui ciascuno di noi ha imparato, fin da bambino, a gestire la vicinanza, la distanza, la paura di essere abbandonato o quella di essere invaso. È il territorio della teoria dell’attaccamento.

Le radici: John Bowlby e i legami che ci formano

La teoria dell’attaccamento nasce dal lavoro dello psichiatra e psicoanalista John Bowlby, che a partire dagli anni ’50 e ’60 ha studiato in modo sistematico il legame tra bambini e figure di riferimento, mostrando quanto questo legame precoce influenzi lo sviluppo emotivo successivo. L’idea centrale è che gli esseri umani nascono predisposti a cercare vicinanza e protezione da figure significative, e che il modo in cui questa ricerca viene accolta — con costanza, con imprevedibilità, con distanza — lascia una traccia duratura nel modo in cui, da adulti, viviamo le relazioni intime.

Con il tempo, la ricerca successiva a Bowlby ha permesso di descrivere diversi stili di attaccamento, che si possono osservare anche nelle relazioni adulte:

  • Attaccamento sicuro: fiducia di base nella disponibilità dell’altro, capacità di chiedere aiuto e di darne senza eccessiva paura.
  • Attaccamento ansioso: forte bisogno di rassicurazione, paura frequente di essere abbandonati, tendenza a “inseguire” il partner nei momenti di distanza percepita.
  • Attaccamento evitante: tendenza a ritirarsi emotivamente nei momenti di intensità, disagio verso la dipendenza dall’altro, preferenza per l’autosufficienza.
  • Attaccamento disorganizzato: oscillazione tra il bisogno di vicinanza e la paura della vicinanza stessa, spesso legata a esperienze relazionali confuse o dolorose.

Nessuno di questi stili è una condanna definitiva. Sono piuttosto delle mappe apprese, che si sono formate in contesti relazionali specifici e che possono, con lavoro e consapevolezza, essere in parte ridisegnate.

Cosa succede in coppia quando gli stili si incontrano

Stefano, come è emerso nel percorso, ha uno stile prevalentemente evitante: di fronte al conflitto, il suo sistema nervoso interpreta l’intensità emotiva come una minaccia da cui allontanarsi. Giulia, con uno stile più ansioso, vive quello stesso allontanamento come una conferma delle sue paure più profonde di non essere abbastanza importante per lui, e reagisce cercando ancora più vicinanza. È una dinamica molto comune, quasi un classico nei percorsi di coppia: più uno si allontana, più l’altro insegue, e più uno insegue, più l’altro si allontana.

La terapia focalizzata sulle emozioni (EFT)

Uno degli approcci più conosciuti per lavorare su queste dinamiche in terapia di coppia è la Emotionally Focused Therapy, sviluppata dalla psicologa Sue Johnson e fondata proprio sui principi della teoria dell’attaccamento applicati alle relazioni adulte. L’idea centrale dell’EFT è che sotto ogni conflitto ricorrente di coppia ci sia in realtà una domanda di attaccamento non riconosciuta: “Ci sei per me? Posso contare su di te? Sono importante ai tuoi occhi?”.

In un percorso ispirato a questo modello, il lavoro non si concentra tanto sul contenuto delle liti — il volume della musica, chi ha dimenticato l’appuntamento, chi ha risposto male — quanto sul ciclo emotivo che si attiva tra i due partner. Si tratta di rallentare, di rendere visibile quello che accade “sotto” la superficie del conflitto: la paura di Stefano di non essere mai abbastanza, che lo porta a ritirarsi per proteggersi; la paura di Giulia di essere lasciata sola, che la porta a insistere fino a sentirsi ascoltata.

Le fasi tipiche di un percorso

Un percorso di terapia dell’attaccamento in coppia, per quanto ogni caso sia diverso, tende ad attraversare alcune fasi riconoscibili:

  1. Una prima fase di mappatura del ciclo negativo: capire insieme come si innesca il conflitto, chi fa cosa e in che ordine.
  2. Una fase di accesso alle emozioni più profonde che si nascondono dietro la rabbia o il ritiro — spesso paura, tristezza, senso di inadeguatezza.
  3. Una fase in cui queste emozioni vengono comunicate al partner in modo nuovo, più vulnerabile e meno accusatorio.
  4. Una fase di consolidamento, in cui la coppia sperimenta modi diversi di rispondere ai momenti di distanza o di conflitto.

Cosa aspettarsi, in pratica, da questo tipo di lavoro

Chi inizia un percorso di terapia dell’attaccamento, individuale o di coppia, spesso si aspetta consigli pratici immediati su “cosa dire” o “cosa fare” nella prossima lite. Il lavoro reale è un po’ diverso, e a volte richiede pazienza: si tratta di rallentare abbastanza da riconoscere, nel momento in cui accade, quale paura relazionale antica si sta attivando, e di imparare a comunicarla invece di agirla attraverso il ritiro o l’inseguimento.

Non è un percorso lineare. Ci sono sedute in cui le vecchie dinamiche si ripresentano identiche, e altre in cui succede qualcosa di nuovo — un momento in cui uno dei due partner riesce a dire “ho paura di perderti” invece di attaccare o scomparire, e l’altro riesce ad ascoltarlo senza mettersi sulla difensiva. Sono questi i momenti che, nel tempo, con ripetizione e pratica, possono modificare il ciclo relazionale.

Con Stefano e Giulia il lavoro è ancora in corso. Non parlo di “risoluzione” del problema, perché credo che gli stili di attaccamento non si cancellino mai del tutto: restano tendenze di fondo con cui si impara a convivere in modo più consapevole. Quello che è cambiato, in questi mesi, è la loro capacità di riconoscere il ciclo mentre sta accadendo, e talvolta di interromperlo prima che diventi distruttivo.

Quando cercare aiuto

Se vi riconoscete in dinamiche simili — un partner che si chiude, l’altro che insegue, e la sensazione di girare sempre intorno allo stesso conflitto senza uscirne — vale la pena considerare un percorso con un terapeuta di coppia formato su questi modelli. Non è un segno di fallimento della relazione, ma spesso l’occasione per capire, insieme, un linguaggio emotivo che nessuno dei due aveva mai imparato a parlare da solo.

Squadra editoriale di Sognointatto. Ogni contenuto viene documentato, scritto e verificato prima della pubblicazione, e aggiornato quando emergono informazioni nuove.

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